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Il mercato del lavoro sempre più chiuso per i giovani (sì, c'entra l'AI)
Chi ha tra 22 e 25 anni e lavora in un ruolo dove l'intelligenza artificiale sostituisce le mansioni umane risulta occupato il 19% in meno di quanto succederebbe se le assunzioni avessero tenuto il passo dei coetanei in ruoli meno esposti. Il livello occupazionale generale resta stabile: a chiudersi è la porta d'ingresso per chi la carriera deve ancora cominciarla. È l'ultima istantanea di un fenomeno monitorato da un anno, con dati di libro paga aggiornati a giugno 2026.
A firmare l'analisi sono Erik Brynjolfsson, Bharat Chandar e Ruyu Chen, del Digital Economy Lab di Stanford, che incrociano dati ADP su milioni di buste paga americane. Tra novembre 2022 e giugno 2026 l'occupazione dei 22-25enni nei ruoli più esposti all'AI è scesa di circa l'11%, mentre nella stessa fascia d'età, nei ruoli meno esposti, è salita di circa il 10%. Il divario tra le due curve è il segnale che dà il nome al tracker: un canarino nella miniera che canta da più di un anno.
La differenza sta nel tipo di compito, non nel settore in cui capita di lavorare. Dove l'AI sostituisce un'attività umana il posto per chi comincia si restringe; nei ruoli dove la tecnologia resta un supporto, gli effetti risultano misti o assenti. Quando la prima versione dello studio aveva già segnalato il fenomeno un anno fa, il divario era attorno al 13%.
Da allora due revisioni, a novembre e a febbraio, hanno preceduto la versione attuale, datata 12 agosto, che lo porta al 19%. Il tema era già emerso a maggio, quando un'altra rilevazione aveva descritto la stessa crisi entry-level con numeri ancora provvisori.
Brynjolfsson descrive l'effetto con un'immagine precisa: si sta chiudendo la rampa d'ingresso per chi comincia la carriera, mentre chi un posto lo ha già lo conserva. Parla di effetti reali, persistenti e in crescita, un problema che non si esaurisce da solo con il tempo. Le aziende smettono di alimentare gli organici dal basso, pur mantenendo intatti quelli già esistenti.
Il motivo per cui a farne le spese sono soprattutto i più giovani ha una spiegazione tecnica: i compiti che l'AI padroneggia meglio sono quelli codificati, quelli che si imparano su un manuale, mentre il sapere tacito che matura con l'esperienza resta terreno umano. È lì che si giocano i primi anni di carriera di chiunque, dal reparto contabilità al customer service.
Il rischio di medio periodo è quello di un'azienda che oggi risparmia su chi dovrebbe imparare il mestiere, e in cinque anni si ritrova senza nessuno pronto a sostituire i senior che se ne vanno. La formazione sul campo è il primo costo che si taglia quando si smette di assumere junior. Il tema era già discusso un anno fa, quando si cercava come proteggere i percorsi di carriera junior, e resta attuale ora che i numeri confermano la stessa direzione con più dati alle spalle.
Il fenomeno non riguarda solo il mercato americano. L'Organizzazione internazionale del lavoro colloca oggi la disoccupazione giovanile globale sopra i 67 milioni di persone, e nel suo report più recente indica l'intelligenza artificiale come un fattore che rischia di frenare ulteriormente l'ingresso nel mercato del lavoro proprio nelle economie più avanzate, dove l'automazione dei compiti codificati è già più diffusa.
A febbraio, una revisione dedicata ha affrontato di petto l'ipotesi più ovvia, quella per cui dietro al fenomeno ci sarebbe il rialzo dei tassi tra il 2022 e il 2023, più che una tecnologia nuova. Brynjolfsson ha risposto con un dato che smonta l'argomento: i settori più sensibili ai tassi, come l'edilizia, sono anche quelli con la minore esposizione all'AI. Il divario, inoltre, ha continuato ad ampliarsi ben oltre il picco dei tassi, arrivato più di un anno prima.
C'è un altro pezzo che nel racconto pubblico resta ai margini: il sistema fiscale americano tratta gli investimenti in capitale, dagli abbonamenti software ai server, in modo più favorevole di quanto tratti il costo di un dipendente in busta paga. È un disallineamento fiscale che ec