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Supergirl - La recensione
Quando, poco più di un anno fa, la Supergirl interpretata da Milly Alcock ha fatto il suo ingresso ufficiale nel DCU di James Gunn e Peter Safran in coda a Superman, l'avevo trovata convincente. Erano infatti bastate pochissime pennellate per "raccontare" l'attitudine e il carattere del personaggio, decisamente più incasinati rispetto a quelli del cugino Kal-El, con la ragazza arrivata in zona Fortezza della solitudine per recuperare il suo cagnolino, Krypto, dopo aver passato un tempo imprecisato a fare bisboccia e a sbronzarsi su un pianeta dal sole rosso, circostanza che rende i kryptoniani vulnerabili agli effetti dell'alcol, tra le altre cose.
Ora, come già scritto a più riprese sempre da queste parti non sono esattamente un fan dei supertizi o dei fumetti americani, e il mio sporadicissimo rapporto con l'eroina in questione si è consumato principalmente tra cinema e televisione; tuttavia, nel corso degli ultimi mesi ho finito per guardare con sempre maggiore attenzione a questo nuovo Supergirl sia per l'interpretazione di Alcock sia per la presenza del pittoresco cacciatore di taglie Lobo, affidato a Jason Momoa, e nonostante l'assenza dietro la macchina da presa di Gunn a favore di Craig Gillespie, regista senz'altro meno vulcanico ma comunque apprezzabile per diversi motivi, Tonya su tutti.
Così, mi sono presentato all'anteprima del film con una discreta voglia uscendone non insoddisfatto ma, insomma, nemmeno facendo la ola. Ana Nogueira, attrice qui alla sua seconda esperienza con una sceneggiatura, compone una trama tutto sommato lineare riprendendo il discorso di Kara Zor-El in arte Supergirl esattamente dall'epilogo di Superman, ovvero con la protagonista ancora alle prese con un'esistenza randagia spesa tra pub spaziali, postumi da sbornia e abitudini in generale poco salutari – sempre nell'ottica di gente superforte capace di volare, sparare roba dagli occhi e cose così. All'inizio non sappiamo esattamente quali siano i problemi che affliggono la nostra, ma con l'evolvere del film li scopriremo nel dettaglio oltre a fare la conoscenza di Ruthye (Eve Ridley), una ragazzina pure lei piuttosto complicata che finirà per coinvolgere Kara in una caccia agli assassini dei suoi genitori.
Da queste premesse parte una storia che, come nel caso di Superman, più che delle origini vira dalle parti della definizione o, per essere ancora più pertinenti, della rinascita, laddove la protagonista deve tra le altre cose elaborare un lutto e ritrovare il suo posto nel mondo; in fondo, diversamente dal cugino non ha passato infanzia e adolescenza nell'accogliente fattoria dei Kent, bensì alle prese con circostanze un tantinello più spigolose. Ruthye e, in una certa misura, anche Krypto funzionano da inneschi emotivi per Kara la quale, sempre per via di una storia di vita differente, esprime un rapporto con la giustizia meno manicheo rispetto al cugino, apparendo oltretutto decisamente più punk.
Purtroppo queste caratteristiche sono sì presenti in termini di background, ma raramente riescono ad accendere la tensione sullo schermo e questo dipende principalmente da due motivi, il primo dei quali ha a che fare con una sceneggiatura fin troppo dritta e che non concede ai personaggi lo spazio e il tempo necessari per far respirare i rispettivi traumi.
Supergirl procede in maniera eccessivamente meccanica - proprio come il sistema di regole legato al colore dei soli che attraversa il racconto - finendo per risultare prevedibile persino nell'ottica di un'operazione del genere; né alla causa contribuiscono i personaggi di contorno, i quali non raggiungono mai né lo spessore della Lois Lane di Rachel Brosnahan né la brillantezza del Guy Gardner di Nathan Fillion, tanto per tirare giù un paio di esempi. Lo stesso Lobo, per quanto gestito con più misura del previsto da un Momoa evidentemente deciso a consegnare un personaggio meno caricaturale di Aquaman (contestualmente: stiamo pur sempre parlando di un tizio assurdo, eh!), si mescola poc