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Hot Wheels Infinite Rush - La recensione
Sono passati ormai cinque anni da quando Milestone ha deciso di riportare in auge le storiche macchinine Mattel con Hot Wheels Unleashed, e la traiettoria percorsa dal team milanese da allora si è rivelata tutt'altro che prevedibile. Se i primi due capitoli ci avevano abituato a un'impalcatura ludica spiccatamente classica, incardinata su circuiti chiusi creati incastrando sapientemente i celebri elementi arancioni all'interno di asettiche stanze domestiche e scorci di vita quotidiana, con Hot Wheels Infinite Rush lo studio ha optato per un vero e proprio salto nel vuoto. Abbandonato il vecchio suffisso a favore di una dichiarazione d'intenti che sa di "corsa infinita", il titolo si era prefissato l'ambizioso compito di stravolgere la formula consolidata, gettandoci senza paracadute all'interno di un open world vasto, stratificato e frammentato in quattro biomi principali. Una deriva esplorativa inedita per il franchise che, fin dalle primissime battute, strizzava l'occhio a produzioni automobilistiche di ben altra caratura, pur sforzandosi di mantenere intatta quell'inconfondibile estetica marcatamente "di plastica".
Durante il nostro precedente contatto, in occasione di un'anteprima che ci aveva permesso di sfrecciare tra i grovigli urbani di Wheelwood – la prima delle quattro mastodontiche isole disponibili – le premesse ci avevano genuinamente incuriosito. L'ecosistema di gioco si era presentato da subito vibrante e dinamico: un mondo dove gare, prove a tempo, collezionabili ed eventi collaterali si fondevano al panorama cittadino eludendo le fastidiose soluzioni di continuità e i caricamenti prolungati del passato. In quella sede avevamo sviscerato la nuova, cruciale categorizzazione del roster (Versatile, Speeder, Drifter e Titan), un rimaneggiamento logistico pensato per snellire l'esperienza utente nei menù e contestualizzare le performance in base alle specificità topografiche. Parimenti, avevamo iniziato a sporcarci le mani con un modello di guida ritoccato, ormai orfano del rassicurante tasto dedicato al drifting per abbracciare un sistema di derapata vincolato alla frenata; un'inversione di rotta che esigeva una necessaria e rapida riprogrammazione della memoria muscolare.
L'intuizione di poter smantellare intere porzioni dello scenario – abbattendo semafori, panchine e staccionate senza patire drastici cali cinetici – sprigionava un fascino indiscutibilmente caotico, ma aveva sollevato più di una perplessità sulla reale leggibilità strutturale dei tracciati ibridi, specialmente in quelle brutali frazioni di secondo in cui la pista artificiale collassava nella metropoli. Ora che ho potuto spolpare la build finale, valutando appieno l'ecosistema di Wheelwood e delle isole successive, è tempo di tirare le somme e scoprire se questo azzardo in miniatura abbia tagliato il traguardo, o se sia finito inesorabilmente fuori pista.
Prima di scendere in pista e bruciare le gomme, togliamoci subito il proverbiale dente narrativo, che in produzioni del genere funge da mero, seppur funzionale, innesco: l'obiettivo ultimo della nostra scalata è diventare il pilota migliore in assoluto. Per farlo, dovremo sconfiggere i temibili Rush Master che dominano le quattro rispettive isole, ma non prima di aver fatto mangiare la polvere ad altri tre sfidanti minori per ciascuna area. Un percorso lungo e strutturato a tappe che, di fatto, detta il ritmo dell'intera progressione in gioco.
Archiviata la questione narrativa, tuffiamoci nel vero cuore pulsante dell'opera: il modello di guida. Fortunatamente, le buone sensazioni avvertite in fase di anteprima trovano oggi una solida e confortante conferma. L'impianto ludico si rivela fin da subito piacevole, fluido e responsivo; la rimozione di un tasto dedicato alla derapata, ora elegantemente integrata nella fase di frenata, poteva far storcere il naso ai puristi del franchise, ma all'atto pratico il trauma è inesistente. Ci si abitua in fretta alla cosa, interiorizzando un dinamismo di ma