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Artico, la scossa potrebbe non bastare a spiegare questa frana
Un gruppo internazionale di ricercatori del GEOMAR e di altri istituti ha pubblicato su PNAS uno studio sulla frana provocata da un terremoto a Jan Mayen, nell’Artico norvegese: il riscaldamento potrebbe aver preparato il versante al cedimento, indebolendo il ghiaccio nelle rocce prima della scossa.
Il terremoto del marzo 2025, di magnitudo 6,5, ha innescato una valanga di roccia sopra il ghiacciaio Kjerulf, sul vulcano Beerenberg. I detriti si sono distribuiti sulla superficie glaciale fino quasi alla costa; sul vicino ghiacciaio Weyprecht, le immagini satellitari hanno documentato anche distacchi di ghiaccio associati al sisma.
Per ricostruire la sequenza, gli autori hanno incrociato registrazioni sismiche, modelli dello scuotimento, immagini satellitari e dati climatici. Le misure degli infrasuoni, onde sonore a frequenze inferiori a quelle udibili dall’uomo, collocano il cedimento entro pochi minuti dalla scossa principale: un elemento che sostiene il ruolo del terremoto come innesco.
Le osservazioni precedenti aggiungono un altro tassello. Nell’analisi presentata dagli stessi ricercatori al congresso EGU, le immagini mostravano diversi piccoli crolli tra il 2019 e il 2024, compatibili con un indebolimento progressivo del versante. Le serie delle temperature indicavano inoltre inverni estremamente freddi quasi assenti dalla fine degli anni Novanta e giornate estive insolitamente calde più frequenti.
La spiegazione proposta riguarda il permafrost, il terreno che rimane congelato per almeno due anni consecutivi. Il ghiaccio presente nelle fratture può contribuire alla stabilità della roccia; quando si degrada, questa funzione può ridursi. In un pendio già fragile, lo scuotimento sismico potrebbe quindi favorire il distacco di materiale.
Il legame con il cambiamento climatico resta un’interpretazione dei ricercatori, da distinguere dalla ricostruzione dell’innesco sismico. Quarant’anni di osservazioni satellitari non mostrano sull’isola valanghe rocciose provocate da terremoti con un’estensione comparabile dei detriti, ma l’assenza di precedenti osservati, da sola, non dimostra quale peso abbia avuto il riscaldamento nel singolo crollo.
Il caso descrive così una possibile concatenazione di pericoli naturali: il versante cambia lentamente, poi una scossa produce effetti rapidi sulle rocce e sui ghiacciai. Per valutare questi scenari occorre considerare insieme lo scuotimento e le condizioni del pendio: una stessa sollecitazione può incontrare materiali con una resistenza diversa nel tempo.
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