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I casi di tumore potrebbero salire del 67%, ma cosa c'è dietro?
I ricercatori dell’American Cancer Society e dell’IARC, l’agenzia per la ricerca sul cancro dell’Organizzazione mondiale della sanità, hanno pubblicato il rapporto Global Cancer Statistics, 2026 su CA: A Cancer Journal for Clinicians. L’analisi stima quasi 21 milioni di nuove diagnosi e 9,8 milioni di morti nel mondo nel 2024. Entro il 2050, le diagnosi annuali potrebbero raggiungere quota 34 milioni: un aumento del 67% che comporterebbe una maggiore domanda di esami, trattamenti e assistenza.
Dietro questa percentuale c’è una distinzione essenziale: la proiezione considera soltanto la crescita della popolazione e il suo invecchiamento. Descrive quindi l’effetto dei cambiamenti demografici sul numero complessivo di casi; non significa che il rischio individuale di ammalarsi aumenterà del 67%. Una popolazione più numerosa, con una maggiore presenza di persone anziane, può registrare più tumori anche senza un peggioramento del rischio a parità di età. Il risultato è uno scenario demografico, non una previsione certa di tutte le condizioni future.
La base dell’analisi è costituita dalle stime GLOBOCAN per il 2024, relative a 34 tipi di tumore in 186 Paesi. Gli autori hanno confrontato diagnosi e decessi per regione e indice di sviluppo umano, utilizzando poi le tendenze demografiche per proiettare il carico della malattia. Il rapporto stima che circa una persona su cinque svilupperà un tumore nel corso della vita. I tassi di incidenza variano di circa quattro-cinque volte tra le regioni, con i valori più elevati in Australia e Nuova Zelanda.
Il tumore al polmone rimane al primo posto mondiale sia per nuove diagnosi sia per decessi. Le stime indicano quasi 2,6 milioni di casi, pari al 13% del totale, e 1,9 milioni di morti, circa il 19% della mortalità oncologica. Il tabacco resta il principale fattore responsabile di questa patologia. Il tumore del colon-retto occupa invece il terzo posto per frequenza delle diagnosi e il secondo per decessi, con oltre 2 milioni di casi e 918.000 morti.
Il tumore al seno è il più diagnosticato tra le donne e la principale causa femminile di morte oncologica: il rapporto stima circa 2,4 milioni di nuovi casi e 694.000 decessi. Il confronto geografico mostra una forte disuguaglianza: nell’Africa occidentale la mortalità è circa doppia rispetto ad Australia e Nuova Zelanda, nonostante un’incidenza pari a circa la metà. Gli autori riconducono questa disparità alle differenze nell’accesso alla diagnosi e alle cure.
Frequenza delle diagnosi e mortalità oncologica non seguono necessariamente la stessa graduatoria. Il tumore del pancreas, per esempio, occupa l’undicesimo posto per incidenza, ma il sesto per decessi, con circa 491.000 morti. Quello del fegato causa circa 732.000 decessi a fronte di 843.000 nuovi casi. Sono conteggi riferiti alla popolazione: il rapporto tra morti e diagnosi nello stesso anno non misura direttamente la probabilità di sopravvivenza delle persone appena diagnosticate.
Gli autori indicano nella prevenzione una priorità: stimano che quasi metà delle morti oncologiche sia potenzialmente evitabile intervenendo sui fattori di rischio modificabili. Diagnosi precoce e trattamenti tempestivi potrebbero prevenire un’ulteriore quota di decessi. Il tumore della cervice uterina resta la principale causa di morte oncologica femminile in 26 Paesi, nonostante la disponibilità della vaccinazione contro l’HPV e dello screening. La proiezione demografica quantifica dunque una pressione crescente sui sistemi sanitari, mentre l’accesso concreto alla prevenzione e alle cure può modificarne le conseguenze.
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