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L'hardware delle PMI, dal problema dello smaltimento alle risorse dell'economia circolare
L'hardware in disuso è un problema ricorrente nelle aziende: spesso si accumula in un ripostiglio o su uno scaffale di magazzino, a volte resta persino acceso perché "può sempre servire". E di frequente, dentro ai dispositivi abbandonati in questo modo, ci sono batterie che da un lato inquinano e dall'altro si potrebbero riciclare. Quello che sembra un banale problema di spazio è anche un valore economico lasciato sul tavolo, oltre a un rischio che si traduce in sanzioni dirette fino a 150.000 euro.
Sono tutti rifiuti speciali della categoria RAEE, e andrebbero gestiti con metodi specifici, ma spesso finiscono tutti nel sacco nero dell'indifferenziato. Il corretto smaltimento è insieme un'occasione economica da cogliere e un obbligo legale da rispettare.
Il 9 settembre, al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano, Erion Energy ed Erion WEEE hanno presentato insieme al Politecnico di Milano uno studio che fa luce sulla situazione italiana: nel nostro Paese si recupera il 17% dei piccoli RAEE (la categoria R4, che comprende telefoni, piccoli elettrodomestici e giocattoli elettronici) contro un obiettivo europeo del 65%, e il 25% delle batterie portatili contro un target del 45%. Il resto finisce, in gran parte, dentro il sacco dell'indifferenziato.
Una batteria al litio conferita nel rifiuto misto non è “solo” altamente inquinante, ma è anche pericolosa: può incendiarsi quando viene compattata o triturata negli impianti di trattamento. In Olanda il consorzio Stichting Open monitora gli incendi collegati a batterie disperse nei flussi di rifiuti, e le segnalazioni sono passate da 55 nel 2018 a 230 sette anni dopo. Vista la potenziale responsabilità legale, è sicuramente preferibile organizzarsi prima ed evitare un gesto tanto dannoso.
Lo studio Erion-Politecnico calcola anche cosa servirebbe per intercettare quel materiale prima che arrivi al trattamento: tecnologie di riconoscimento a raggi X abbinate a sistemi di visione e bracci robotizzati, capaci di separare batterie e piccoli dispositivi dal resto del flusso. Il costo per un singolo impianto di trattamento meccanico-biologico va da 1,5 a 2,9 milioni di euro. Esteso ai circa 60 impianti che oggi trattano l'80% del rifiuto indifferenziato italiano, l'investimento complessivo si colloca fra 65 e 114 milioni di euro, con un tasso di recupero potenziale che salirebbe dal 17% al 37% per i piccoli RAEE e dal 25% al 52% per le batterie.
Alla stessa presentazione, Electrão (Portogallo) e Stichting Open (Paesi Bassi) hanno portato racconti simili sui propri flussi di rifiuti misti, batterie comprese. L'Italia raccoglie 8,6 kg di rifiuti elettronici per abitante l'anno, contro una media europea di 11,6 kg e i 15-18 kg di Bulgaria, Cechia e Austria: ventesima su ventisette Stati membri.
Il paradosso è che l'Italia, una volta raccolto, quel materiale lo ricicla bene: un tasso dell'84%, contro una media europea dell'82%, undicesima in Europa. Il collo di bottiglia italiano è la raccolta a monte, proprio il punto su cui lavora lo studio Erion-Politecnico.
Da un lato la conformità vera e propria, che quest'anno si è fatta più severa. Dall'altro la gestione del fine vita come progetto, che comincia già al momento dell'acquisto, quando un'azienda si assicura che il dispositivo abbia già un canale di recupero, ricondizionamento o rivendita.
Il Dlgs 29/2026, in vigore dal marzo scorso, recepisce il regolamento europeo sulle batterie e introduce sanzioni dirette per marcatura, raccolta e ritiro sbagliati. Sul fronte dei RAEE professionali, la Legge 50/2026 ha esteso da aprile l'obbligo di ritiro uno contro uno ai distributori di apparecchiature elettriche professionali, riservato finora quasi solo all'elettronica di consumo. Una scadenza normativa che coglie di sorpresa le PMI era già capitata con il NIS2: molte imprese hanno scoperto l'obbligo solo a ridosso della scadenza.
Le cifre pesano davvero: stanno finendo i tempi in cui una multa si poteva considerare un costo da assor