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L’88% dei professionisti italiani chiede più supporto per crescere
La crescita professionale resta una priorità per chi lavora, ma l’offerta delle aziende italiane non sembra tenere il passo. Secondo una nuova ricerca di Robert Walters Italia, l’88% dei professionisti considera insufficiente il supporto ricevuto dal datore di lavoro per il proprio sviluppo personale e professionale. Il dato racconta una distanza ampia tra le aspettative delle persone e gli strumenti messi concretamente a disposizione nelle organizzazioni.
Il tema diventa ancora più rilevante mentre intelligenza artificiale, automazione e trasformazione digitale cambiano mansioni e competenze richieste. Aggiornarsi non serve più soltanto a preparare il prossimo avanzamento di carriera: per molti lavoratori è una condizione necessaria per restare efficaci nel ruolo attuale. In questo scenario, la formazione non può essere trattata come un’iniziativa occasionale, scollegata dai percorsi individuali e dagli obiettivi dell’impresa.
La fotografia tracciata dalla società di recruitment è netta: il 73% degli intervistati dichiara di non avere accesso ad alcuna opportunità di sviluppo professionale sul lavoro. Tra chi riceve un sostegno, la soluzione più comune è rappresentata dai corsi orientati all’acquisizione di competenze, citati dal 18%. Strumenti più personalizzati rimangono invece marginali: soltanto il 6% può contare su programmi di mentoring o coaching, mentre il 3% ha accesso a corsi finalizzati a una certificazione.
Proprio qui emerge uno dei principali squilibri. Quando ai professionisti viene chiesto quali iniziative sarebbero più utili, i corsi per sviluppare competenze e il mentoring o coaching raccolgono entrambi il 34% delle preferenze. In altre parole, una delle forme di supporto più desiderate è anche tra quelle meno diffuse. Per Walter Papotti, Country Manager di Robert Walters Italia, le persone cercano occasioni di confronto con colleghi più esperti, feedback e percorsi di crescita riconoscibili, non soltanto un catalogo di lezioni.
La ricerca segnala inoltre che lo sviluppo non coincide più esclusivamente con l’aggiornamento tecnico. Alla domanda sulle aree formative considerate più utili, intelligenza emotiva e capacità comunicative si collocano al primo posto con il 34% delle risposte. Seguono le competenze di leadership al 23%, quelle tecniche al 22% e quelle tecnologiche al 21%. È un ordine che riflette la natura ibrida del lavoro contemporaneo, dove saper utilizzare nuovi strumenti conta quanto collaborare, guidare un gruppo e gestire il cambiamento.
Il divario appare particolarmente delicato per gli under 30. Solo il 10% afferma di avere regolarmente la possibilità di sviluppare nuove competenze nel proprio ruolo e un ulteriore 24% parla di opportunità abbastanza regolari. Al contrario, il 38% dice che queste occasioni si presentano non molto spesso e il 29% raramente. Nel complesso, il 67% dei giovani professionisti descrive quindi possibilità poche o rare proprio nella fase in cui dovrebbe costruire le basi della propria carriera.
Per le aziende il rischio non riguarda soltanto la soddisfazione individuale. Una disponibilità limitata di percorsi formativi può rallentare la copertura degli skill gap, rendere più difficile l’adozione di nuove tecnologie e indebolire la capacità di trattenere i talenti. Al contrario, un sistema che combina corsi, affiancamento, coaching e feedback continui può trasformare l’apprendimento in una parte ordinaria del lavoro, anziché in un intervento da attivare soltanto quando emerge un’emergenza.
I risultati suggeriscono quindi un cambio di prospettiva: misurare la formazione solo in ore erogate non basta. Serve capire se le persone riescono davvero ad applicare ciò che imparano, se ricevono responsabilità coerenti con le nuove capacità e se vedono un percorso davanti a sé. Per i responsabili delle risorse umane e per i manager, lo sviluppo professionale diventa così una leva organizzativa che collega produttività, innovazione e qualità dell’esperienza lavorativa.
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