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Fire Emblem: Fortune's Weave - La recensione
Quando, settimane fa, mi sono avventurata tra le maglie tecno-fantasy di Fire Emblem: Fortune's Weave, le premesse sembravano promettere un netto ritorno ai fasti narrativi più cupi e maturi del franchise. La saga tattica firmata Intelligent Systems, tra le colonne portanti dell'intero genere, si trovava a un proverbiale bivio: dopo la solidità granitica ma la preoccupante pochezza di scrittura del variopinto Engage, l'inesorabile caduta dell'Impero di Dagda e la minaccia incombente del signore dei demoni Balor suggerivano un'ambizione di tutt'altra caratura.
Nintendo Switch 2 alla mano, avevo intravisto un mondo ibrido, un amalgama straniante ma affascinante in cui lame e magia convivevano con armi laser, letali robot e antichi terminali; il tutto era condito da un disperato espediente narrativo, un viaggio temporale orchestrato dalla Dea Progenitrice Sothis, con l’aiuto della divinità minore Fortuna, per sovvertire il fato di quattro eroi caduti: Cai, Dietrich, Theodora e Leda.
Guidata da lei, avevo mosso i primi incerti passi nei panni di Eshmel, un avatar letteralmente ricostruito da zero grazie a un'avanzatissima tecnologia riparatoria. L'ossatura ludica, pur rimanendo saldamente ancorata alla rassicurante geometria della griglia, si era dimostrata coraggiosa, impreziosendo l'economia degli scontri con la brutale letalità delle Mosse Ardenti (un meccanismo di rischio e ricompensa basato sul sacrificio della propria salute vitale) e alleggerendo l'esplorazione dei dungeon grazie alle riuscite digressioni ruolistiche degli Scontri Brevi. Eppure, proprio in quella corroborante discesa in campo, la prigione concettuale di un protagonista affetto da ostinato mutismo aveva sollevato non poche perplessità, minacciando di incrinare in modo irreparabile l'immedesimazione all'interno di una sceneggiatura che ambiva a una drammatica tridimensionalità. Ora, ad avventura completata, posso finalmente trarre delle conclusioni.
Per poter parlare a dovere della complessa impalcatura narrativa di Fortune's Weave e, di riflesso, della sua struttura ludica, è imprescindibile partire dal proverbiale elefante nella stanza. Un elefante che, a un occhio non allenato, potrebbe apparire come un dettaglio trascurabile, ma che per i veterani del franchise rappresenta un terremoto concettuale non indifferente: la presenza di un unico, singolo slot di salvataggio, condiviso per giunta tra salvataggi automatici e manuali. Si tratta di un unicum assoluto per la serie, una decisione drastica che Intelligent Systems ha tentato di giustificare con motivazioni che, nei fatti, si sgretolano sotto il peso della loro incoerenza, da un lato, e di una scarsa funzionalità dall'altro.
Stando alle dichiarazioni ufficiali di Kenta Nakanishi e Toshiyuki Kusakihara nell'intervista Ask the Developer, il team di sviluppo ha optato per questa restrizione a causa di presunte complicazioni di sistema. Poiché il gioco permette di seguire simultaneamente le storie di ben quattro protagonisti, nell'ordine e nella misura che si preferisce, separare i file avrebbe apparentemente reso troppo difficile tenere traccia dei progressi frammentati. Sostenere che il tracciamento di variabili incrociate rappresenti uno scoglio tecnico insormontabile nel 2026 mi sembra un'argomentazione quantomeno da sopracciglio alzato perché, specie dopo aver giocato, suona più come una precisa, quanto castrante, forzatura di design mascherata da limite di sistema.
La seconda motivazione addotta dagli sviluppatori si aggrappa al "valore di ogni singola azione": l'intento sarebbe quello di far convergere ogni scelta in un unico grande quadro narrativo in modo organico, impedendo al giocatore di sprecare i propri passi. Tuttavia, questo idealismo narrativo si scontra con l'impostazione ludica cruda e tattica che lo stesso Fortune's Weave propone. In un gioco che fonda il suo fascino sul calcolo millimetrico, sul posizionamento e sulla sperimentazione di build e classi, negare la libertà di creare sa