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Widow's Bay - La recensione
Nonostante i tentativi non siano mancati, nel corso degli ultimi quindici anni è raro che una serie televisiva spinga lo spettatore ad analizzarla fotogramma per fotogramma come ai tempi di Lost. La buona notizia è che perfino Damon Lindelof è nella stessa situazione per la nuova produzione di Apple TV+, Widow's Bay, tanto che ne ha detto: "La capacità di questa serie di passare senza soluzione di continuità dall'horror alla commedia all'emozione è così squisita che vorrei prendermi a pugni in faccia". Widow's Bay è una creatura multiforme che, invece di soffrirne, si fregia di non rientrare precisamente in un solo genere: è tanto una commedia con una densità spettacolare di gag e battute, quanto un horror che, nei suoi momenti più ispirati, è davvero terrorizzante. Ma è anche più della somma delle sue parti: è un prodotto che, nei bei tempi passati della televisione, avrebbe passato la prima stagione a trovare il suo tono e invece emerge dalla nebbia del New England come una creatura già perfettamente formata.
La pittoresca isola di Widow's Bay, come molte piccole comunità, sta facendo fatica a tirare avanti: è un posto isolatissimo, dove tutto sembra fermo agli anni ‘90, non c’è il segnale per i cellulari né il Wi-Fi, e spesso la vita si deve fermare perché è saltata la corrente. Nonostante tutto questo, il sindaco Tom Loftis (Matthew Rhys) si sta facendo in quattro per trasformarla in una meta turistica di successo al pari di altre ridenti località del New England. L’arrivo di un giornalista della sezione viaggi del New York Times suscita la costernazione del pescatore locale Wyck Crawford (Stephen Root), il quale è convinto che l’isola sia maledetta e che portare turisti in un luogo con precedenti nefasti sia una pessima idea. Per la sorpresa di nessuno, verrà fuori che ha proprio ragione: c’è una maledizione secolare e multiforme che grava su Widow's Bay.
Tra le molte preoccupazioni di Tom, che è vedovo da molti anni, c’è anche suo figlio Evan (Kingston Rumi Southwick), un teenager annoiato e ribelle che sogna di andare via dall’isola – se solo non ci fosse una concreta possibilità che chi nasce sulla stessa non possa abbandonarla. Una strega marina, l’assassino che uccideva teenager negli anni ‘90, il cannibalismo, la nebbia che fa impazzire la gente, il misterioso fondatore Richard Warren, l’impossibile rintocco delle campane che fa scattare un intero protocollo per il prete dell’isola, una misteriosa pestilenza: solo nelle prime puntate, scopriamo che la storia dell’isola è costellata di episodi orrendi e inspiegabili. La missione del sindaco Tom si trasforma piuttosto rapidamente: dal far diventare Widow's Bay una meta turistica, deve indagare per salvare l’isola e tutti i suoi abitanti dal Male con la "M" maiuscola. Ad affiancarlo nella sua indagine ci sono due altri isolani, il bastian contrario Wyck e la dipendente comunale Patricia (Kate O’Flynn).
Matthew Rhys, la cui capacità comica è innegabile, ha un dono per essere costantemente sgomento e riuscire ad articolare il suo graduale passaggio dall’incredulità all’orrore puro. Il suo ruolo richiede una certa complessità emotiva, e non c’è un momento in cui l'attore non sia credibile. Stephen Root, dal curriculum praticamente infinito, è davvero incredibile nel prendere quello che potrebbe essere stato il solito complottista svitato e renderlo un personaggio sì piuttosto eccentrico, ma la cui angoscia è del tutto comprensibile e la cui sorte diventa importante allo spettatore. È però Kate O’Flynn nel ruolo di Patricia ad essere la vera eroina della serie: un’isolana che non è mai davvero riuscita a sfuggire all’adolescenza segnata da un episodio orribile (ovviamente parte della maledizione) e che fa di tutto per dimostrare la propria capacità e valore a Tom e ai concittadini. La donna traveste di sarcasmo la propria vulnerabilità, e la sua solitudine rappresenta il motore dell’incredibile quarta puntata, Beach Reads, un flashback che torna indietro di qualche gior