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L'incredibile storia della superbike italiana tradita dal design: aveva un motore V8
La storia della Morbidelli 850 V8: la superbike italiana dal motore rivoluzionario stroncata dal design. Dagli elogi tecnici al flop commerciale fino al Guinness dei primati
Ha il cuore di un’auto da Formula 1, il prezzo per un appartamento dell’epoca e una silhouette che, nel 1994, fece inorridire l’intero Salone di Milano. La Morbidelli 850 V8 doveva essere il punto di non ritorno delle superbike italiane. Ebbene. È finita dietro le teche di un museo. Non per colpa dei suoi pistoni, bensì per colpa del suo “vestito”.
Prima di proseguire mettiamo però subito in chiaro una cosa. La Morbidelli che oggi produce trail e custom non c’entra nulla (qui le promozioni fino al 30 settembre). Ha solo rilevato il marchio. Tutto nasce dalla testa e dal portafoglio di Giancarlo Morbidelli. Industriale di Pesaro con il pallino per i motori. Quel Morbidelli che in realtà aveva fatto i soldi veri con le macchine per lavorare il legno.
Ma la sua vera ossessione erano le corse. Da costruttore privato era riuscito nell’impresa di progettare e portare in pista moto da Gran Premio capaci di battere le big dei circuiti mondiali, strappando persino un titolo mondiale nella classe 125. Poi, l’asticella si è alzata verso la follia. Creare la moto stradale definitiva, spinta da un surreale propulsore a otto cilindri a V.
Sotto le carene, la tecnica era da pelle d’oca. Il motore era un V8 a 90 gradi da 847 cm³, quattro tempi e raffreddato a liquido. L’impostazione guardava direttamente ai leggendari motori Cosworth. Parlando di ciclistica, alesaggio da 55 mm, corsa da 44,6 mm e 32 valvole governate da un doppio albero a camme in testa con cinghie dentate.
A completare il quadro c’erano l’iniezione e l’accensione elettronica, il comando del motore ad avviamento elettrico, un cambio a cinque marce e la trasmissione finale ad albero. A frenare il mostro ci pensavano dischi Brembo davanti e dietro.
I numeri parlavano chiaro: 120 CV erogati a 11.000 giri e una coppia di 8,2 mkg (circa 80 Nm) a 9.500 giri, per una velocità di punta stimata sui 240 km/h. Sulla bilancia, invece, le fonti dell’epoca si dividono: le rilevazioni oscillano tra i 200 e quasi 250 chili. Sulla carta era un prodigio, ma la realtà del mercato stava per presentare un conto salatissimo.
Per vestire un motore simile serviva una firma pesante. Giancarlo Morbidelli si rivolse non certo a uno qualunque: Pininfarina, emblema del design automobilistico italiano. Scelta ambiziosa, esito catastrofico.
Quando la V8 si presentò al Salone di Milano del 1994, il pubblico rimase gelato. La livrea bicolore bianco-nera, il doppio faro tondo e sporgente e quelle forme tondeggianti stridevano terribilmente con il gusto dell’epoca, dominato da sportive dalle linee affilate e aggressive.
La reazione fu impietosa. Gli addetti ai lavori e gli appassionati bocciarono il disegno senza appello. Si creò così una spaccatura insanabile. Se la meccanica raccoglieva applausi a scena aperta per genialità e fattura, l’impatto visivo faceva letteralmente “scappare" i clienti.