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Splatoon Raiders, abbiamo provato la formula "inversa" della storica serie competitiva Nintendo
Nel panorama videoludico contemporaneo, pochissime intuizioni si sono rivelate tanto dirompenti quanto l'ingresso di Nintendo nel ferocissimo mercato degli sparatutto ad arene. Con Splatoon, la casa di Kyoto ha compiuto una rivoluzione di game design: ha preso un genere che, all'epoca della sua primissima uscita, era saturo di cromatismi plumbei, scenari iper-realistici e una balistica di stampo rigidamente militare, e lo ha inondato di vernice fluorescente, calamari antropomorfi e una direzione artistica impetuosa. Il risultato è stato un successo planetario, un trionfo pressoché incontestabile. Nel corso dei suoi tre capitoli principali, il franchise ha costruito una community agonistica oceanica, consacrandosi come uno dei pilastri inossidabili dell'eSport e del multigiocatore competitivo globale. Le Mischie Mollusche sono diventate un rito collettivo, un ecosistema vibrante e spietato in cui riflessi, posizionamento e aggressività dettano legge.
Eppure, nonostante l'oggettiva, indiscutibile brillantezza della formula, l'universo di Splatoon è sempre rimasto al di fuori del mio radar. Chi è avvezzo a leggere queste pagine può aver intuito la mia idiosincrasia per le spietate arene del PvP (nonostante abbia avuto il mio periodo Overwatch quando fu pubblicato): il multigiocatore competitivo, con la sua ineluttabile dose di stress da matchmaking e la necessità di misurarsi in un perenne, caotico scontro con sconosciuti, rappresenta un modello di intrattenimento che si scontra a muso duro con il mio approccio al medium. Tolte le rarissime, preziose eccezioni in cui si ha la fortuna di poter schierare un affiatato team di conoscenze fidate per godersi una serata all'insegna del caos condiviso, la mia bussola ludica punta da sempre verso porti più riflessivi: le narrazioni in singolo o le ben più pacate e costruttive dinamiche cooperative. Di conseguenza, ho sempre guardato al fenomeno Splatoon con un distacco clinico, come si osserva una splendida, assordante festa alla quale, molto semplicemente, non si ha alcuna voglia di partecipare.
Tutto questo, almeno, fino a oggi. Perché con l'annuncio e l'arrivo di Splatoon Raiders, Nintendo ha deciso di sparigliare a sorpresa le carte in tavola, compiendo una virata concettuale che ha dell'incredibile. Spogliatosi dell'anima ferocemente agonistica che lo ha elevato a fenomeno di culto, questo nuovo capitolo si ripresenta in una veste a me ben più congeniale: un'avventura strutturata attorno a una solida ossatura single player, affiancata da un comparto multigiocatore esclusivamente orientato al PvE che eleva in modo evidente la sfida.
Improvvisamente, la vernice cessa di essere uno strumento per dominare la squadra avversaria. Si trasforma, invece, nel collante necessario per unire i giocatori contro una minaccia comune gestita dall'IA, o nel pennello con cui dipingere una campagna in solitaria priva dell'ossessiva ansia da prestazione. Una simile, radicale deviazione dalla formula canonica rappresentava un'esca troppo succulenta per essere ignorata, una promessa di gameplay tattico e cooperativo che ha demolito le mie storiche reticenze. Ed è così, con una curiosità che mai avrei creduto di poter investire in questa serie, che ho deciso infine di imbracciare le armi e tuffarmi nell'inchiostro.
Se c’è un elemento che Nintendo ha sempre gestito con una innegabile genialità nel franchise di Splatoon, è la capacità di celare una mitologia sorprendentemente stratificata dietro una spessa e chiassosa patina di musica pop e colori fluo. In Splatoon Raiders, il pretesto narrativo abbandona i vicoli caotici delle grandi metropoli per abbracciare un canovaccio dal sapore assolutamente avventuroso, mettendo sotto i riflettori figure già piuttosto note alla sua community.
Al centro della scena troviamo infatti il celeberrimo Trio Triglio. Chi conosce la saga sa bene che dietro la facciata di spavaldi idoli musicali si nasconde un'anima da instancabili (e impenitenti) cacciatori di tesori. La