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L'AI sta aumentando le diseguaglianze del mondo, poveri sempre più poveri e ricchi sempre più ricchi
Il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP) ha pubblicato un rapporto, ripreso dal Guardian e disponibile per intero sul sito dell'agenzia, che avverte di un rischio concreto: l'intelligenza artificiale, se lasciata senza governance, può allargare il divario tra le nazioni invece di ridurlo, invertendo decenni di lento avvicinamento tra economie ricche e povere. Il titolo scelto dai ricercatori, The Next Great Divergence, capovolge di proposito la "grande convergenza" che ha segnato l'economia globale dagli anni Novanta a oggi.
Il dato di partenza è già uno spartiacque. Nelle economie ad alto reddito, due persone su tre usano già strumenti di intelligenza artificiale ogni settimana. In molti paesi a basso reddito l'adozione resta ferma intorno al 5%. Non è un divario che si chiuderà da solo con il tempo: gli Stati Uniti e la Cina dominano lo sviluppo dei modelli più avanzati e gli investimenti in infrastrutture di calcolo, concentrando potere computazionale e potere normativo nelle stesse mani.
Il passaggio più netto del rapporto riguarda un'illusione diffusa tra chi guarda alla diffusione dell'AI come a un processo che riequilibra da sé le cose. "L'accesso agli strumenti di AI da solo non garantisce benefici equi", scrive l'UNDP. I paesi che dipendono da modelli stranieri, infrastrutture cloud esterne e pipeline di dati altrui possono ottenere accesso alla tecnologia perdendo però il controllo pratico sugli standard, le protezioni e l'adattamento locale. Avere l'AI non equivale a governarla, ed è proprio la parte di governo, non quella di accesso, a determinare chi ne guadagna davvero.
Qui il rapporto tocca una contraddizione che vale la pena rendere esplicita. Gli stessi governi che parlano di sovranità digitale come priorità strategica sono spesso quelli più esposti al rischio descritto dall'UNDP: firmano contratti pluriennali con hyperscaler stranieri, adottano modelli sviluppati altrove, costruiscono la propria trasformazione digitale su infrastrutture di cui non controllano né il codice né i dati di addestramento. È l'ironia strutturale di questa fase: la retorica della sovranità cresce alla stessa velocità della dipendenza reale da un pugno di fornitori esteri, una dinamica già visibile nel dibattito europeo sull'AI open source come alternativa strategica.
Il rapporto si concentra sull'Asia e il Pacifico, dove vive oltre il 55% della popolazione mondiale e dove ormai si concentra più della metà degli utenti AI globali. La Cina da sola detiene quasi il 70% dei brevetti AI globali, e nella regione sono nate oltre 3.100 nuove aziende AI finanziate in sei economie diverse. Le proiezioni parlano di un impatto potenzialmente enorme: fino a due punti percentuali in più di crescita annua del PIL regionale, un aumento di produttività fino al 5% in settori come sanità e finanza, quasi mille miliardi di dollari di PIL aggiuntivo nei prossimi dieci anni per le sole economie ASEAN.
Dietro questi numeri aggregati si nasconde una distribuzione tutt'altro che uniforme. Singapore, Corea del Sud e Cina investono in modo massiccio in infrastrutture e competenze AI, mentre altri paesi della stessa regione faticano ancora a garantire accesso digitale di base. Le donne restano il gruppo più esposto: i lavori che occupano hanno una probabilità quasi doppia di essere automatizzati rispetto a quelli occupati dagli uomini, e nel Sud asiatico le donne hanno una probabilità fino al 40% inferiore di possedere uno smartphone. Anche l'occupazione giovanile nei ruoli più esposti all'automazione è già in calo, in particolare nella fascia tra i 22 e i 25 anni, proprio quella in cui si costruiscono le prime esperienze professionali.
Il documento non è solo un catalogo di rischi. Racconta anche casi in cui l'AI ha già migliorato servizi pubblici concreti: a Bangkok la piattaforma Traffy Fondue ha gestito quasi 600.000 segnalazioni dei cittadini, velocizzando la risposta delle agenzie comunali ai problemi quotidiani. A Singapore, il servi