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Castlevania: Belmont's Curse - Recensione
Dopo anni di un letargo mediatico quasi letale, Konami ha finalmente deciso di rispolverare uno dei suoi franchise più illustri, affidandone le sorti a chi di azione bidimensionale se ne intende per davvero. L'annuncio di Castlevania: Belmont's Curse aveva inevitabilmente acceso gli animi degli appassionati, mescolando l'entusiasmo per il ritorno di una saga tanto celebre a quel pizzico di fisiologica diffidenza che sempre accompagna le operazioni di questa caratura. Affidare l'eredità della celebre stirpe di cacciatori ai ragazzi di Evil Empire, già consacrati dalle folli architetture ludiche di Dead Cells, sembrava sulla carta una mossa tanto astuta quanto provvidenziale: unire l'esperienza di uno studio maestro nel ritmo e nel game feel con l'inconfondibile estetica gotica che ha definito, e battezzato, il genere.
Come ho già avuto modo di sottolineare in fase di anteprima, il primo contatto con questa nuova iterazione si è rivelato sorprendentemente solido. Le premesse narrative ci catapultano in una Parigi del 1499 messa a ferro e fuoco da creature da incubo, esattamente ventitré anni dopo i tragici eventi di Dracula's Curse. Questa volta, alla caccia non partecipa soltanto il veterano Trevor Belmont ma anche sua figlia, Rose. Una scelta di scrittura che infonde nuova linfa al pantheon della famiglia, permettendo di esplorare l'Europa rinascimentale da una prospettiva inedita, abbandonando le consuete lande valacchiane per abbracciare un orizzonte parigino avvolto da un mare di fiamme.
Fin dalla prova preliminare, il lavoro svolto in sinergia tra gli sviluppatori lasciava trasparire un profondo rispetto per il materiale di partenza, declinato però attraverso un dinamismo orgogliosamente moderno. La struttura action-adventure sembrava trarre un enorme giovamento dalla fluidità della nuova protagonista, capace di sfrecciare per le mappe con una mobilità acrobatica. Altrettanto intrigante si era dimostrata l'introduzione del sistema degli Arcani, una brillante meccanica esoterica che permette a Rose di sigillare l'essenza dei boss sconfitti - dalle immancabili Morte e Carmilla, fino a volti storici reinventati come Giovanna d'Arco - in un mazzo di tarocchi, attingendo così a incantesimi e abilità inedite.
Quella prima, fulminea infarinatura ha insomma lasciato in bocca un sapore estremamente promettente, suggerendo che le basi per un grande ritorno ci fossero tutte. Tuttavia, un conto è lasciarsi sedurre dalla brillantezza chirurgica di una build dimostrativa, un altro è dover sviscerare l'opera nella sua spietata interezza, testandone la tenuta ritmica ed esplorativa sul lungo periodo. Ora che ho avuto modo di consumare le strade insanguinate della Parigi di fine XV secolo, è il momento di scoprire se Belmont's Curse sia l'autentico miracolo di cui la saga aveva disperatamente bisogno, o se si tratti dell'ennesimo castello di carte destinato a crollare di fronte alle prime luci dell'alba.
L'incipit narrativo di Castlevania: Belmont's Curse non perde tempo in stucchevoli preamboli, gettandoci immediatamente nel vivo di una crisi che richiede l'intervento dei massimi esperti in materia. Chiamati a Parigi per arginare un'improvvisa recrudescenza del male, il veterano Trevor e sua figlia Rose si separano quasi subito: mentre il primo si mette sulle tracce del vescovo locale per sbrogliare la matassa politica e spirituale, la ragazza inizia a setacciare le strade in fiamme della capitale francese per rintracciarne l'epicentro demoniaco. Fin dai primi passi mossi in questo inferno d'oltralpe, ci viene presentata una Rose estremamente sicura di sé, animata da quella peculiare, quasi genetica, arroganza che sembra essere un tratto distintivo di casa Belmont.
Tuttavia, chi mastica le dinamiche della narrativa di genere sa bene che un'aria così smargiassa è destinata a schiantarsi a velocità di curvatura contro il durissimo muro della realtà. E, puntualmente, è proprio ciò che accade. Rose si ritrova in tempi brevissimi a fare i