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The Legend of Zelda: Ocarina of Time: abbiamo provato il remake più atteso dell'anno
Ora, non so voi, ma quando si parla di The Legend of Zelda: Ocarina of Time generalmente parte una mistica che non finisce più su quanto il videogioco uscito originariamente nel 1998 su Nintendo 64 sia uno dei migliori di tutti i tempi, se non il migliore. Una bomba capace di indicare la via al genere dei cosiddetti action adventure, ma non solo, visto che da lì in avanti la meccanica di puntamento nota come Z-Targeting avrebbe finito per rivoluzionare buona parte dei sistemi di combattimento, non troppo diversamente da quando, un paio di anni prima, quella vecchia volpe di Miyamoto aveva riscritto le regole dei giochi - intendo, di tutti i giochi - attraverso la telecamera e i controlli di Super Mario 64.
Sempre su Ocarina, normalmente la gente si strappa le mutande ripensando alla poesia della narrazione, ai luoghi ormai entrati nell'immaginario videogiocoso collettivo, alle musiche pazzesche composte da Koji Kondo, a questo, a quello…. E sapete una cosa? È tutto vero. Parliamo di un capolavoro totale globale che merita ogni briciola del consenso raccolto nel corso degli anni. E ne volete sapere un'altra, decisamente meno rilevante ma perlomeno curiosa, considerato che chi scrive si è sparato praticamente qualunque zeldata partorita dal 1986 in avanti, musou compresi? Beh, io 'sto benedetto gioco non l'ho mai portato a termine.
Ci ho provato, e pure nei tempi giusti, considerato che all'epoca ero un felice possessore di Nintendo 64 versione USA acquistato a un prezzo da rapina presso un rivenditore milanese pratico di importazione parallela, quando ancora l'Italia dell'intrattenimento procedeva con mesi di ritardo rispetto a Stati Uniti e Giappone. Giuro che ce l'ho messa tutta: mi sono emozionato quando c'era da emozionarsi, ho combattuto, suonato, cavalcato eppure, oh, alla fine ho mollato il colpo senza una ragione particolare. Almeno, non che io ricordi.
Essì che di Majora's Mask conosco pure i ciottoli, ho divorato The Wind Waker, agitato il Wiimote davanti a Twilight Princess e Skyward Sword, e sicuramente metto gli ultimi due "zeldoni" (non me ne voglia Echoes of Wisdom) tra le cose migliori degli ultimi anni. Eppure, Ocarina è rimasto lì come un trauma mai elaborato, nemmeno quando Nintendo mi ha servito un assist enorme attraverso la versione per 3DS e, insomma, tutto questo gran pippone solo per dire che quando è stato annunciato il remake destinato a Switch 2 ho fatto la ola, e ho continuato a farla dopo il primo video di gameplay infischiandomene serenamente delle critiche che alcuni hanno riservato alla direzione artistica che, personalmente, trovo parecchio azzeccata.
Di contro, sulle prime non sapevo bene cosa aspettarmi, soprattutto dopo gli enormi passi avanti compiuti dalla coppia Breath of the Wild -Tears of the Kingdom in termini di libertà d'azione concessa a Link e, chiaramente, al giocatore. Al netto infatti della veste grafica, dei miglioramenti più evidenti legati all'esperienza utente e al sistema di controllo, mi sono domandato quali altre novità avrebbero eventualmente concesso da Kyoto a questa nuova incarnazione del classico. Qualche risposta è arrivata solo di recente, assieme alla possibilità di mettere le mani in anteprima su alcune porzioni del remake più atteso dell'anno.
La demo a mia disposizione era divisa in tre blocchi, ciascuno piuttosto eloquente, con un primo collocato all'inizio dell'avventura, quando a Link tocca risolvere le "infestazioni" che affliggono l'albero Deku. Un secondo, di poco successivo, nei pressi del borgo di Hyrule, mentre l'ultimo, sicuramente il più interessante, ambientato nel Tempio della Foresta, dall'ingresso del dungeon fino allo scontro con Phantom Ganon. L'esperienza "pad alla mano" ha confermato le impressioni positive: come già accennato, sono tra i tizi a favore della nuova veste grafica un po' perché i poligoni degli anni Novanta tendono a invecchiare maluccio e non mi ispirano lo stesso romanticismo della pixel art; un po' perché questa incarnaz