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Stupid Never Dies - La recensione
Quando si pronuncia la parola "zombi" all'interno del mercato videoludico contemporaneo, il rischio di sollevare un sopracciglio scettico per l'ennesima variazione su un tema ormai spremuto fino al midollo è sempre dietro l'angolo. Eppure, come avevamo già avuto modo di raccontarvi in occasione della nostra prova preliminare e della chiacchierata diretta con i vertici di GPTRACK50, basta davvero poco per capire che Stupid Never Dies non ha alcuna intenzione di giocare secondo le regole convenzionali del genere, dimostrandosi in grado di rapire gli sguardi richiamando alla mente quella compiaciuta e irresistibile follia che un tempo rese celebre un cult come Lollipop Chainsaw, pur muovendosi su binari ludici e produttivi profondamente diversi.
Guidato dalla visione di un veterano dell'industria come Hiroyuki Kobayashi - nel cui DNA scorre l'eredità storica di chi ha contribuito a plasmare tanto l'orrore di Resident Evil quanto l'azione sfrontata e sopra le righe di Devil May Cry e Sengoku Basara - il team di sviluppo ha scelto di ribaltare il tavolo, prendendo l'immaginario dei morti viventi per trasformarlo nel palcoscenico di un'opera irriverente, chiassosa e fieramente fuori dagli schemi.
Quando ho avuto modo di provare il titolo in anteprima nella frenetica cornice della Gamescom di Colonia, cogliendo l'occasione per scambiare quattro chiacchiere direttamente con lo stesso Sasaki, sono rimasta colpita dalla limpida filosofia alla base del progetto. Partendo da un proverbio giapponese secondo cui "l'idiozia non si cura nemmeno con la morte", il team ha voluto confezionare un'esperienza che invita il giocatore a non pensare troppo e a gettarsi nella mischia con una furia offensiva ispirata a Chainsaw Man. L'obiettivo dichiarato era tanto audace quanto affascinante: condensare il senso di crescita di un GdR tradizionale da trenta o quaranta ore nei ritmi serrati e immediati tipici della vecchia scuola arcade, ibridando il tutto con un loop di progressione vicino ai moderni roguelite alla Hades.
Un paio di mesi fa, quella mezz'ora passata a tuffarsi letteralmente giù per la tazza di un gabinetto e a scorrazzare per un centro commerciale abbandonato a bordo di un robot aspirapolvere Roomba mi aveva già suggerito che il cadavere del nostro protagonista, Davy, godesse di un'insospettabile salute. Oggi, dopo aver sviscerato la versione completa su PlayStation 5, posso affermarlo senza alcuna esitazione: tutte le ottime impressioni emerse durante quella prova preliminare sono state pienamente confermate dal gioco finale. Stupid Never Dies mantiene ogni singola promessa, rivelandosi esattamente quel concentrato folle, adrenalinico e carico di energia punk che le sue premesse lasciavano supporre, a partire proprio dalla sua assurda e grottesca impalcatura narrativa.
Senza troppi giri di parole, il comparto narrativo di Stupid Never Dies si presenta fin dalle prime battute come un pretesto deliziosamente demenziale al completo servizio dell'azione, ma commetterebbe un grosso errore chi pensasse a una scrittura pigra o priva di mordente. L'incipit, del resto, mette subito in chiaro le coordinate di questa folle commedia romantica in salsa grottesca: vestiamo i panni cadenti di Davy, uno zombi di infimo rango, debole e un po' tonto, che perde letteralmente la testa per Julia, una ragazza umana intrappolata nel gelo di un sonno criogenico. Pur di strapparla al suo destino, il nostro improbabile eroe arriva a ingoiare un misterioso uovo di fenice, un espediente che gli conferisce la capacità di assorbire le mostruosità dei nemici abbattuti per usarle nella sua disperata crociata.
Quella che inizia come una surreale e macabra variazione sul tema di Romeo e Giulietta, tuttavia, non tarda ad allargare il proprio orizzonte. Riportare in vita l'amata Julia si rivela ben presto essere soltanto una parte della missione: a dettare legge c'è infatti il temibile Re dei Mostri (KOM), un'entità la cui influenza malefica plasma ed espande costante