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Claude ha hackerato Chrome, Safari e Android in pochi secondi
Chi attacca un sistema moderno di rado trova una porta spalancata. In genere deve scovare diverse vulnerabilità, capire come si collegano tra loro e sfruttarle nella sequenza giusta. Un lavoro complesso e meticoloso, che fino a oggi richiedeva team di ricerca altamente specializzati e costosi.
Il 27 ottobre Anthropic ha pubblicato un rapporto in cui sostiene di poter affidare questo compito all’AI. Il protagonista è un modello sperimentale di Claude, capace di trovare le vulnerabilità e di combinarle autonomamente, fino a mettere in ginocchio alcuni dei software più diffusi al mondo.
A tenere il banco di prova è stata la Frontier Red Team, la squadra interna che misura capacità e rischi dei modelli più avanzati dell’azienda. Per diversi mesi i ricercatori hanno messo l’AI davanti a software complessi, con una piattaforma che sguinzagliava molti agenti in parallelo. Qualcuno spulciava il codice, qualcuno cercava la strada per arrivare a dati protetti, qualcuno tentava di aggirare i divieti del programma. Per i software senza codice sorgente disponibile, il modello aveva anche strumenti di reverse engineering.
Il risultato più spettacolare riguarda Chrome. Claude ha costruito una catena di quattro vulnerabilità. Le prime due corrompevano la memoria del motore JavaScript e davano il controllo del processo che disegna la pagina. Le altre due servivano a uscire dalla gabbia in cui il browser rinchiude tutto ciò che è pericoloso e a far eseguire codice sul computer vero e proprio.
Nei test, pochi secondi dopo l’apertura di una pagina web trappola, su un Mac si accendeva la Calcolatrice. L’utente non doveva fare altro.
Con Safari e Android la posta in gioco era diversa. Gli attacchi hanno dato accesso a dati che dovrebbero restare blindati: informazioni appartenenti ad altri siti web nel primo caso, foto custodite in uno smartphone bloccato nel secondo.
Su Windows, una falla è bastata a far crollare un server a distanza. Su Linux il lavoro è stato più fine. Claude ha sfruttato la stessa vulnerabilità del kernel due volte, prima per capire come è disposta la memoria, poi per dirottare l’esecuzione. Il premio finale erano i comandi con privilegi di root su un server remoto vulnerabile, senza password e senza che la vittima muovesse un dito.
Anthropic ha segnalato a Google 62 vulnerabilità di Chrome, tutte critiche o di gravità alta. Tredici permettevano di evadere dalla sandbox, quella gabbia di cui sopra. Google le ha sistemate con Chrome 156 e ha riconosciuto il merito ai ricercatori dell’azienda, aiutati da Claude, per diverse di queste scoperte.
Per chi produce software, un exploit funzionante vale più di una segnalazione vaga. Mostra quanto può far male una falla e aiuta a decidere quali riparare per prime. Per questo Anthropic propone di far girare questo tipo di ricerca a ogni modifica del codice, in modo da beccare i difetti prima che arrivino sui computer degli utenti. Ha anche allargato l’accesso ai suoi modelli più potenti a un gruppo selezionato di professionisti della sicurezza, sperando di accelerare scoperte e correzioni.
Il problema è che se capacità simili finissero in mani sbagliate, potrebbero permettere di esplorare più software, di moltiplicare i tentativi e di accorciare il tempo tra la scoperta di una falla e l’attacco vero. Operazioni che oggi richiedono squadre altamente specializzate potrebbero diventare alla portata di gruppi con mezzi molto più modesti.