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Black Clover ritorna con una seconda stagione che punta ad adattare la parte finale del manga
Quando Black Clover esordì sulle pagine di Weekly Shōnen Jump, nel 2015, a Yūki Tabata era un autore ancora poco conosciuto e la sua opera prima si muoveva all’ombra dei grandi nomi del genere. Il manga ha poi saputo costruirsi un pubblico fedele e, nel 2017, è arrivato l’adattamento animato di Studio Pierrot, andato avanti per più di cento puntate tra alti e bassi: molti ne hanno apprezzato l’energia e la leggerezza, altri hanno storto il naso per un ritmo non sempre impeccabile e per animazioni altalenanti.
Poi, dopo una lunga pausa, la serie si è fermata, lasciando in sospeso le avventure dei protagonisti proprio nel pieno dell’azione. Nel frattempo, quest’anno il fumetto è arrivato alla sua conclusione e, oggi, anche l’anime può finalmente guardare al traguardo: la seconda stagione, cominciata su Crunchyroll lo scorso 3 ottobre, ha il compito di portare a termine la storia.
La prima cosa da dire è che questa nuova tranche non perde tempo con le presentazioni, ma riprende esattamente la storia da dove si era interrotta, nel cuore della battaglia del Regno di Spade, una delle ultime grandi saghe del manga, e dà per scontato che lo spettatore ricordi le vicende dei protagonisti e la posta in gioco. Asta e i Cavalieri Magici si sono infatti spinti in questo regno per salvare Yami, il capitano del Toro Nero, e devono vedersela con la triade di demoni che ne è a capo; la tensione è altissima e le prime puntate la sfruttano per tenere il ritmo sempre molto alto.
Per questo motivo, più che soffermarmi sulla trama, mi sembra giusto sottolineare la scelta di fondo: si tratta di una stagione pensata per coprire l’ultima parte del manga, quindi senza i riempitivi o i rallentamenti che a volte hanno appesantito la serie originale. Dopo tre puntate le impressioni sono positive; gli scontri si susseguono con grande fluidità, i ritmi sono serrati e la sensazione è quella di una storia che, dopo tanti anni, finalmente sa dove sta andando. Chi si era fermato a metà strada farà bene a ripassare gli eventi precedenti, perché il rientro è senza rete; ma per chi ha seguito la serie fin qui si tratta di un ritorno decisamente soddisfacente.
Black Clover non ha mai nascosto la propria natura: è uno shōnen classico, che pesca a piene mani da un repertorio di temi e situazioni tipiche del genere. Il protagonista determinato che compensa i propri limiti con la volontà, i legami di squadra, i nemici che sembrano insuperabili e le rivelazioni al momento giusto non sono certo elementi originali, è inutile negarlo: chi cerca una storia che stravolga le regole non la troverà qui. Il punto di forza dell’opera di Tabata, però, sta altrove, e cioè nella capacità di gestire un cast corale molto ampio senza che nessuno dei personaggi principali venga lasciato troppo indietro.
Anche nel pieno di una battaglia affollata, ciascun Cavaliere Magico riesce a ritagliarsi il proprio momento, e questo contribuisce a rendere gli scontri più vari e coinvolgenti. I combattimenti, infatti, sono senza dubbio la parte migliore di queste prime puntate: ben coreografati, leggibili anche quando sullo schermo succedono molte cose contemporaneamente e valorizzati da una regia che sa quando spingere sull’acceleratore e quando, invece, concedere una pausa.
È qui che si nota il lavoro di Studio Pierrot, e il miglioramento rispetto alla prima stagione è evidente: le animazioni sono più curate e costanti, con sequenze d’azione dinamiche che finalmente rendono giustizia alla spettacolarità del manga. Il character design resta fedele al tratto di Tabata, e la differenza con le puntate più incerte del passato è tale da far pensare a un’attenzione decisamente maggiore da parte dello studio. La colonna sonora, invece, per ora non mi ha colpito: svolge il proprio compito senza particolari picchi, e rimane nella media.
Una nota finale riguarda la durata: non è ancora stato comunicato, per quanto ne so, il numero ufficiale di puntate, ma è difficile pensare a una stagione lunga quanto