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Dalle cartucce al Blu-Ray, verso un mondo solo digitale: l'evoluzione dei supporti fisici nei videogiochi
Nel tempo i supporti fisici dei videogiochi sono passati da schede perforate a cartucce, CD, DVD e Blu-Ray, ma il futuro sarà digitale.
Videogioco uguale supporto fisico. Da sempre. Se da decenni abbiamo ampiamente accettato di fruire di musica e contenuti video "liquidi", per quanto riguarda il mondo dei videogiochi questa possibilità genera sempre polemiche, come quelle alle quali stiamo assistendo in questi mesi per la scelta di Sony di abolire i dischi fisici su PlayStation dal 2028. Ma come si sono evoluti nel corso del tempo i supporti fisici che hanno ospitato (e ospitano) i videogiochi? Ripercorriamo la storia dalle origini ai giorni nostri.
Agli albori del videogioco (e dei programmi per computer in generale) si usavano le schede perforate come supporto per il software, parliamo un cartoncino che veniva di fatto "forato" in più punti per fornire all'hardware le istruzioni necessarie alla visualizzazione di input su schermo. Un sistema estremamente rudimentale e del tutto meccanico ed elettronico, spiegarne il funzionamento qui sarebbe complesso e forse superfluo, vi basti sapere che il videogioco Sumerian Game (uno dei primi strategici della storia, datato 1964) era "caricato" su 15.000 schede perforate. Una prima evoluzione di questo supporto si avrà nel 1972 con l'uscita della prima console per videogiochi in assoluto, Magnavox Odyssey. Questa usava delle piccole schede di dimensioni compatte che grazie a dei ponticelli sul fondo comunicavano con la console, tuttavia le limitazioni erano tantissime: Odyssey non aveva un chip sonoro e a malapena riusciva gestire una grafica rudimentale, che veniva "arricchita" da fogli di acetato da sovrapporre allo schermo, un concetto questo ripreso poi dal Vectrex nei primissimi anni '80, dal momento che la console gestiva grafica in bianco e nero.
In generale dunque all'epoca si parlava ancora di supporti fisici elettronici ed elettrici, dove determinati contatti dovevano essere "aperti" o "chiusi" in base alle istruzioni da dare all'hardware.
Sarà ATARI alla fine degli anni '70 a rivoluzionare il concetto di supporto fisico lanciando le cartucce di plastica così come le abbiamo conosciute per decenni.
Queste cartucce (da noi chiamate per anni erroneamente anche "cassette") non erano altro che rettangoli di plastica di piccole dimensioni che contenevano all'interno il circuito stampato che ospitava il gioco. Nonostante le cartucce ATARI fossero poco capienti (potevano contenere inizialmente massimo 4 KB di dati) queste erano una vera rivoluzione.
Per la prima volta i videogiochi potevano essere "spostati" da una console all'altra, scambiati, noleggiati o prestati agli amici, dal momento che le cartucce ATARI utilizzavano un formato univoco che le rendeva compatibili con tutte le console VCS 2600 a differenza di quanto accadeva in passato con il Magnavox Odyssey, dove ogni "scheda" poteva funzionare solamente sull'hardware associato per "colpa" di una serie di istruzioni che rendevano impossibile riconoscere chip e schede madri differenti.
Oltretutto, rivoluzione non da poco, finalmente i videogiochi si potevano collezionare perché ogni cartuccia di plastica aveva un nome ben preciso, un artwork e all'epoca spesso anche un un numero sequenziale proprio per facilitare la catalogazione.
Prima di arrivare ai ridenti anni '80, citiamo il caso del Microvision, la prima console portatile della storia con giochi intercambiabili, uscita dieci anni prima del Game Boy (nel 1979 per la precisione). Peccato che le "cartucce" fossero in realtà enormi schede di plastica con schermo, tasti per i controlli e circuiti stampati, dei frontalini da togliere e mettere come una cover del Nokia 3310 per avviare ogni volta un gioco diverso. Ogni cartuccia ha un colore diverso (grigio, nero, rosso, giallo, verde, azzurro ecc) e questo permette di cambiare l'estetica della console, inoltre ogni gioco è identificato da nome e numero, così da rendere semplice e immediato collezionarli tutti.
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