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The Westies - La recensione
A volte è difficile godersi un prodotto di finzione ispirato a fatti realmente accaduti senza cadere nella tentazione di controllare costantemente se le cose siano andate proprio così, ed è ancora peggio se si conosce già bene la vicenda di ispirazione. La nuova serie di MGM+, The Westies, fa una scelta furba: utilizza elementi "storici" della New York degli anni ‘80 per delineare con grande specificità l’ambiente in cui si muove la narrazione centrale, ma sceglie come protagonisti dei personaggi fittizi, dando loro la libertà di combinare quello che vogliono senza che nessuno venga a fare una lezioncina di storia.
I Westies erano una vera gang di origine irlandese, le cui dimensioni ridotte apparivano compensate da rinomata efferatezza; negli anni ‘80 controllavano la zona di Hell’s Kitchen, a Manhattan, e si facevano guerra con la mafia italoamericana. Gli irlandesi, protagonisti della serie, sono tutti fittizi; i loro antagonisti italiani, invece, sono ricamati su mafiosi effettivamente esistiti, in particolare i pezzi grossissimi Paul Castellano e John Gotti (interpretati da Ron Lea e Hamish Allan-Headley).
Il sempre dilettevole J.K. Simmons è Eamon Sweeney, il leader dei Westies; al suo servizio ci sono scagnozzi più o meno affidabili, tra i quali il suo protetto, Jimmy Roarke (Tom Brittney), a cui sta insegnando il mestiere del capo di un’organizzazione criminale. Sweeney ha patteggiato una tregua con la gang degli italiani proprio accordandosi sul fatto che lavorando insieme possono fare un sacco di soldi con la costruzione del Javits Centre; dal suo ufficio-container nel cantiere, lo vediamo lentamente perdere controllo della sua gang. Sia gli italiani che gli irlandesi, infatti, non sono affatto intenzionati – o forse non sono semplicemente in grado di ragionare per trenta secondi – a rispettare la tregua; già dalla prima puntata li vediamo spargere sangue nemico, con conseguenze che diventeranno sempre più irreparabili.
Sulle tracce di entrambe le gang c’è l’agente dell’FBI Birdie Polk (Jessica Frances Dukes), che ha reclutato il riluttante Glenn Keenan (il magico Titus Welliver), un poliziotto in realtà in tasca a Sweeney, che deve scegliere da che parte stare e capire chi può fargli più danno. Nonostante sia teoricamente uno dei punti di tensione della storia, questa sottotrama sembra sempre sgomitare per avere un po’ di posto, e il ruolo della detective Birdie è totalmente eclissato dalle traversie di Glenn. Mentre l’Eamon di Simmons è criptico e misterioso, sappiamo un bel po’ della vita del giovane Jimmy. In particolare, conosciamo la sua fidanzata Bridget Walsh (Sarah Bolger, bravissima), che è effettivamente irlandese e, si scoprirà abbastanza rapidamente, ha lasciato il paese natale perché era parte dell’IRA e con la polizia alle calcagna. Ma, nella forma del suo ex compagno di lotta Brendan (Allen Leech), il suo passato torna a presentarsi a New York.
The Westies è una serie piuttosto spassosa: già dall’inizio mette in gioco tantissimi elementi e riesce a gestire bene tutti gli intrecci, aggiungendo continuamente nuove variabili invece che cercare di arrivare per forza a chiudere tutti gli archi narrativi; se c’è qualcosa di positivo, è sicuramente che si muove rapidamente ma rimane abbastanza semplice, risultando facile da seguire. Naturalmente, giocarsi così tanti punti narrativi nella prima stagione potrebbe essere pericoloso per le successive, ma dalla sua la serie ha tre decenni di criminalità organizzata newyorkese a cui ispirarsi. È particolarmente efficace quando entra nel dettaglio e sceglie immagini vivide e specifiche – il macellaio che fa a pezzi i cadaveri nel retrobottega, per dire.
Ha dei momenti davvero brillanti anche nel modo in cui dipinge la relazione tra i due protagonisti, Eamon e Jimmy, simboli di due generazioni e due modi di fare il criminale in conflitto tra loro, ma anche legati da un rapporto quasi familiare. La loro relazione genitoriale sui generis si rispecchia anche in qu