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Perché preferisco il retrogaming ai videogiochi attuali?
Parto subito con una doverosa premessa: amo i giochi attuali. Nel 2026 abbiamo visto l'uscita di tantissime produzioni di spessore e in generale negli ultimi anni ci sono stati molteplici giochi, sia indie che doppia e tripla A, che mi hanno conquistato completamente. Detto questo, però, il retrogaming ha per me tutt'altro sapore.
Essendo classe 1991 ed avendo iniziato a giocare sin dalla più tenera età tra Super Nintendo, Game Boy e sale giochi, ho potuto vivere in prima persona l'evoluzione del medium ed ho vissuto appieno molteplici generazioni scoprendo i loro giochi migliori ed i generi più in voga nel corso degli anni. Ancora adesso, come accennato, continuo a divorare qualunque titolo attiri la mia attenzione, eppure mi sono reso conto che molto più spesso di quanto immagini io mi ributto sul passato non solo per rivivere i classici con cui sono cresciuto ma anche e soprattutto per scoprire tutto ciò che mi ero perso nei decenni scorsi, vuoi perché ai tempi non interessato, vuoi perché noon avevo le risorse economiche per comprare tutto ciò che mi incuriosiva. Questo non significa assolutamente che io viva nel passato ignorando il presente, e non c'entrano discorsi in stile "si stava meglio quando si stava peggio": più semplicemente con il retrogaming mi capita molto più spesso di ritrovarmi davanti ad opere che mi intrattengono e mi stupiscono molto più facilmente dei giochi odierni.
Un tempo, infatti, c'era molto più coraggio di sperimentare anche ad altissimi livelli. Ogni compagnia, compresi i principali colossi dell'industria, ti tirava fuori non solo il kolossal di turno ma anche il progetto sperimentale ed inconsueto realizzato anche solo per la voglia di fare qualcosa di diverso e fuori dagli schemi. Prendiamo per esempio Capcom, giusto per spiegare meglio il concetto: la casa di Osaka puntava fortissimo su Resident Evil e Street Fighter anche un quarto di secolo fa e realizzava produzioni volte ad attirare l'attenzione del più vasto pubblico possibile, ma al tempo stesso affiancava i suoi cavalli di battaglia a molteplici giochi molto particolari come Viewtiful Joe, Under The Skin, Gregory Horror Show e Gotcha Force, oltre ad inventare concept rivoluzionari con Devil May Cry e Monster Hunter che hanno cambiato il volto dei giochi d'azione e di ruolo. La Capcom di oggi produce ancora titoli di elevata caratura, ma di certo è molto meno incline a buttarsi su produzioni fuori dagli schermi (pur avendoci comunque provato negli ultimi anni con il sorprendente Kunitsu-Gami Path of the Goddess).
Anche per Sony ed il mondo PlayStation in generale potrebbe valere un discorso molto simile: oggi si concentra soprattutto su Action/Adventure di forte stampo cinematografico e, con risultati molto altalenanti, sui live-service, ma una volta il suo portfolio aveva una varietà che lasciava a bocca aperta e provava a soddisfare le esigenze di qualunque tipo di giocatore, che fosse amante dei giochi d'azione o Platform, dei Racing o dei Puzzle Game, e molto spesso il brand PlayStation era tra i primi a sperimentare senza sosta prendendosi anche dei rischi.Il punto è che in ambito retrogaming trovo sempre qualcosa che riesce a stupirmi più di quanto non riescano a fare le produzioni odierne, anche quelle che finisco con l'amare. Giusto con il panorama indie mi capita ancora di provare quelle sensazioni di stupore, meraviglia e curiosità che riesco a provare con le opere del passato.
Chiaro, lo sappiamo bene tutti e sono discorsi affrontati molteplici volte: oggi la maggior parte delle aziende non vogliono prendere rischi e preferiscono puntare su idee, generi e IP consolidate nella speranza di attirare le attenzioni del pubblico di massa e generare profitti quanto più grandi possibili in un'epoca in cui basta anche solo un singolo flop commerciale per vedere interi studi chiudere o andare incontro a licenziamenti di massa. Tutto questo senza poi dimenticare i costi e tempi di sviluppo schizzati alle stelle e che sembrano desti