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Doppiaggio italiano nei videogiochi: dai tempi d'oro alla crisi di oggi
Il doppiaggio italiano nei videogiochi, dopo decenni di eccellenza e una storia gloriosa, affronta oggi crisi e sfide legate ai costi.
Non ricordo chi sia stato tra Lara Croft o Guybrush Threepwood, ma fu una di queste due icone videoludiche a parlarmi per la prima volta in italiano. Più nello specifico furono le voci di Elda Olivieri, doppiatrice di tutti i giochi di Tomb Raider fino alla trilogia Survivor, e di Giuseppe Calvetti, doppiatore del celebre pirata nel terzo gioco della serie Monkey Island. Nella seconda metà degli anni Novanta ero ancora un bambino che strabuzzava gli occhi davanti alla "magnificenza" dei primi videogiochi tridimensionali, e ricordo che il maggior stupore mi derivò dall'avvento del doppiaggio, reso possibile a sua volta dall'introduzione del CD-ROM come supporto fisico al posto delle cartucce. In un'epoca di mercato arrembante, in cui le aziende sgomitavano per penetrare in un mercato che attendeva solamente di essere riempito, i publisher erano disposti ad investire per localizzare i propri giochi in un gran numero di lingue, italiano compreso.
Guardando a ritroso, sono convinto che tra le ragioni dell'inscalfibile successo di PlayStation in Italia, da sempre feudo del monolite nero, il doppiaggio nella nostra lingua sia stato una delle principali. Per un bambino si trattava di un requisito di accessibilità indispensabile per poter fruire di opere complesse ed emozionanti quali Metal Gear Solid e avvincenti come Legacy of Kain o i succitati Tomb Raider.
Se è vero che oggigiorno i giochi doppiati in italiano non mancano, è anche vero che la percezione comune è quella di un progressivo abbandono del mercato nostrano per quanto riguarda le scelte di localizzazione, cui spesso mettono una pezza le comunità di fan che realizzano patch amatoriali. D'altra parte non sono mancate, specie agli albori del settore, doppiaggi talmente atroci da essere divenuti leggendari. In questo articolo ripercorriamo alcune tappe significative del doppiaggio videoludico Made in Italy, ricordandone l'evoluzione, i protagonisti e le sfide passate e future.
Il doppiaggio in Italia ha vissuto una prima fase embrionale caratterizzata da pochi player e un centro nevralgico ben definito: Milano e Bologna. Fu nei due capoluoghi che sorsero le prime realtà strutturate dedite al doppiaggio e alla localizzazione dei videogiochi. Ciò accadde nel corso degli anni Novanta: prima di allora l'attività di localizzazione era appannaggio di piccole comunità di appassionati, mentre la quasi totalità del software era distribuito in lingua inglese. Nel decennio precedente, infatti, era raro imbattersi in videogiochi dotati di apparati testuali corposi e, quando capitava, nessun publisher giudicava saggio spendere soldi per localizzarli in lingue estere: ci si limitava a tradurre il manuale di istruzioni per i giochi su console.
In generale, chi non sapeva l'inglese poteva ricorrere alla pirateria: come ha raccontato in diverse occasioni lo studioso Damiano Gerli, furono proprio le copie pirata ad introdurre la lingua italiana nei videogiochi, spesso con risultati altalenanti data la natura totalmente amatoriale di quelle operazioni. La loro circolazione fu estremamente diffusa per tutti gli anni Ottanta fino all'inizio dei Novanta: fu solo nel 1993, infatti, che la legge italiana stabilì l'illegalità della copia non autorizzata del software informatico. A Milano e Bologna le più antiche società attive nella localizzazione videoludica furono svariate: a Milano si annoverano Leader, Synthesis e Binari Sonori; a Bologna ricordiamo in particolare C.T.O. in collaborazione con Studio Florian.Si trattava di distributori che volevano innalzare il livello qualitativo dei propri prodotti per risultare più appetibili delle copie pirata. Gli sforzi di queste aziende si concentrarono su quei videogiochi particolarmente densi di testi, in special modo le avventure grafiche, che da metà anni Novanta in poi cominciarono a godere di un doppiaggio compl