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L'elogio silenzioso dei modder
Il mondo dei videogiochi è ormai diviso in questo modo: da una parte, abbiamo colossi dell'intrattenimento da miliardi di dollari, aziende capaci di mobilitare migliaia di sviluppatori, investire budget paragonabili al PIL di una piccola nazione e inondare il mercato di campagne marketing martellanti.
Dall'altra, quando le luci della ribalta si spengono, quelle stesse corporazioni staccano la spina senza alcuna pietà al gioco di riferimento. Server spenti, patch correttive cancellate, giochi lasciati a marcire in uno stato di abbandono tecnico desolante.
Ed è esattamente in questo abisso di cinismo che emergono le figure più nobili, sottovalutate e fondamentali dell'intero ecosistema PC: i modder. Il lavoro di questi individui è a volta una vera e propria missione di salvataggio. I modder non sono banali "smanettoni"; anzi io amo definirli dei restauratori digitali del nostro tempo, gli archivisti di un medium che troppo spesso soffre di un'amnesia selettiva e di un'avidità cronica.
Ormai lo sapete meglio di me: viviamo nell'epoca dei giochi lanciati frettolosamente, spesso in stati di ottimizzazione pietosi. La sindrome del "lo sistemiamo dopo", che abbiamo ampiamente analizzato, ha generato una libreria sterminata di titoli zoppicanti. Ma cosa succede quando il "dopo" non arriva mai? Cosa accade quando uno studio chiude i battenti o il publisher decide di tagliare i fondi prima che il gioco raggiunga la fatidica versione 1.0 definitiva?
La logica aziendale impone l'oblio, mentre la logica della community, invece, impone la resistenza a tutti i costi. Migliaia di appassionati in tutto il mondo aprono i file di gioco, si cimentano in titaniche opere di reverse engineering su motori grafici non documentati, e iniziano a cucire le ferite lasciate aperte dai creatori originali. Lo fanno lavorando di notte, nei fine settimana, sacrificando tempo libero e competenze che nel mercato del software tradizionale verrebbero retribuite a peso d'oro. E lo fanno in modo totalmente gratuito (almeno la maggior parte).
Pensate solamente a Vampire The Masquerade - Bloodlines. Uscito nel lontano 2004, il titolo di Troika Games fu lanciato in uno stato disastroso. Pieno di bug critici che bloccavano la progressione, livelli incompleti e meccaniche non rifinite, il gioco fu un fallimento commerciale che portò alla chiusura dello studio di sviluppo.
Per le spietate leggi del mercato, Bloodlines avrebbe dovuto essere dimenticato nel giro di un mese. Invece, a oltre due decenni di distanza, è considerato all'unanimità uno dei più grandi giochi di ruolo mai creati. Questo miracolo non è merito di Activision, il publisher originale, ma di un manipolo di fan (guidati per anni dalla leggendaria figura di Werner Spahl, noto come Wesp5).
La "Unofficial Patch" di Bloodlines è un capolavoro ancora oggi. I modder non si sono limitati a correggere i crash del sistema; hanno scavato nel codice scartato e nascosto nei file di installazione, ripristinando intere quest tagliate per mancanza di tempo, bilanciando il sistema di combattimento, ricreando dialoghi e modelli tridimensionali. Hanno preso una pietra grezza, l'hanno lucidata e tac, ecco una pietra preziosa. Oggi, comprare Bloodlines sugli store digitali significa comprare un gioco che funziona esclusivamente perché la community si è rifiutata di lasciarlo morire.
Ma il modding non è solo restaurazione è anche evoluzione e co-creazione. Nessuna azienda al mondo ha beneficiato del lavoro non retribuito della propria community quanto Bethesda. Titoli come The Elder Scrolls V: Skyrim o Fallout 4 sono, di base, ottimi giochi. Ma la loro straordinaria e immortale longevità commerciale è interamente imputabile a chi, da oltre un decennio, ne modella l'universo.
I modder hanno trasformato Skyrim in un parco giochi infinito. Hanno corretto migliaia di bug lasciati irrisolti dagli sviluppatori ufficiali, hanno spinto la resa grafica del gioco a livelli fotorealistici che persino le console di nuova generazi