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EA Sports UFC 6 Recensione: l'MMA virtuale trova il suo miglior round
EA Sports UFC 6 punta su realismo, accessibilità e contenuti per neofiti e appassionati, tra grande cura tecnica ma anche qualche limite nel grappling.
Tre mesi fa ho messo piede per la prima volta in una palestra di MMA, spinto più dalla curiosità che da un vero talento. Non avrei mai immaginato che dodici settimane dopo, tra un naso sanguinante e uno strappo muscolare, mi sarei ritrovato a recensire il videogioco di questo sport. Eppure eccomi qui, con una ventina di ore di EA Sports UFC 6 alle spalle e una prospettiva inedita da cui guardarlo: quella di chi, finalmente, sa quanto pesa davvero un low kick incassato sul polpaccio. La UFC, del resto, ha smesso da tempo di essere roba di nicchia, ed è oggi una macchina capace di riempire arene da decine di migliaia di persone e di trasformare i suoi campioni in star planetarie, ben oltre i confini dell'ottagono.Alla fine della prova una cosa è chiara: la prossima promessa dell'ottagono non sarò certo io, e va benissimo così, perché una vita spesa ad allenare i polpastrelli sul pad lascia poco tempo per il corpo sul tatami. Ma proprio per questo cominciare dal capitolo più ambizioso che la serie abbia mai messo in campo, si è rivelato il punto di partenza giusto. Perché se un simulatore tanto tecnico riesce a far innamorare perfino un neofita dello sport, e per giunta a fargli capire qualcosa in più di ciò che vede a bordo dell'ottagono, allora vuol dire che qualcosa di buono lo sta facendo sul serio.
Mi ero avvicinato al gioco con un preconcetto ben preciso: temevo una curva di apprendimento tutt'altro che morbida. Eppure UFC 6 sorprende fin dai primi minuti, perché il lavoro di EA Vancouver per rendere quel passaggio il più indolore possibile appare subito evidente.La trovata più intelligente, per chi si getta immediatamente nella mischia, è la dilatazione temporale. Nelle modalità offline e in allenamento l'azione rallenta nelle frazioni di secondo decisive, concedendo il tempo di leggere il linguaggio del corpo dell'avversario e, con un po' di pratica, di memorizzare con naturalezza le finestre di schivata, le parate e la difesa dal takedown.
È un buon modo per entrare nel sistema, perché smussa la frustrazione dei tempi di reazione senza però sollevare il giocatore dalla responsabilità della scelta tattica e dell'input. A questo si aggiungono i controlli semplificati, che condensano gli input di striking e difesa, e una serie di preset pensati per cucirsi addosso l'esperienza: da quella più permissiva fino allo schema completo per i veterani.La modalità pratica spinge anche oltre, con un indicatore di frame data in pieno stile picchiaduro tecnico, capace di scomporre avvio e recupero di ogni colpo fotogramma per fotogramma: una pacchia per chi vuole lavorare di fino sulla strategia.
La parte che funziona meglio dell'intero sistema di combattimento è la lotta in piedi. Le varianti dei colpi si sprecano e le animazioni d'impatto restituiscono con grande veridicità la fisicità di uno scambio vero, al punto che ogni atleta si riconosce dal baricentro, dalla postura e dal modo in cui carica un colpo.
C'è un incontro che porto ancora con me: avevo scelto Pereira contro un avversario che mi pressava di continuo e, invece di rispondere alla sua foga, ho passato due round interi a smontargli la gamba anteriore con i low kick, fino a quando ha smesso di caricarci sopra il peso e si è scoperto in alto. Il gancio arrivato dopo non era frutto del caso, ma la conseguenza logica del lavoro strategico che avevo messo in atto. Ed è questo il grande merito del titolo: premere tasti a caso non porta da nessuna parte, perché prima ancora di studiare chi si ha di fronte, UFC 6 obbliga a studiare il combattente che si ha fra le mani. Basti pensare alla suddivisione dei lottatori in archetipi.Per un kickboxer, ad esempio, si può scegliere tra il cecchino (combattente di lunga distanza che predilige velocità e contromosse), l'acrobata (votato alle soluzioni spettacolari e rischiose) e l'attac