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Le aziende sono più ricche che mai, ma con 300mila lavoratori in meno
Le grandi aziende americane hanno chiuso il 2025 con ricavi e profitti da record, riducendo al contempo il numero di dipendenti per il secondo anno consecutivo. I dati della classifica Fortune 500 2026 disegnano un'economia ai vertici globali in cui la crescita economica e la crescita occupazionale hanno smesso di muoversi nella stessa direzione.
Il divario non è un'anomalia congiunturale. È una tendenza strutturale che si consolida: le cinquecento maggiori aziende per fatturato negli Stati Uniti producono più valore con meno persone, e lo fanno con una regolarità che inizia a sembrare un modello di business deliberato, non una risposta a shock esterni.
I numeri del Fortune 500 2026 non lasciano spazio a interpretazioni rassicuranti. I ricavi aggregati raggiungono $21 trilioni, in crescita del 5% rispetto all'anno precedente: un record assoluto. I profitti toccano $2,1 trilioni, su del 12%. La capitalizzazione di mercato complessiva arriva a $55 trilioni, con un balzo del 19%. Sono cifre che descrivono un blocco di potere economico senza precedenti nella storia del capitalismo quotato.
Sul fronte occupazionale la traiettoria è opposta. Gli occupati nelle 500 aziende scendono a 30,5 milioni, in calo dell'1% rispetto all'anno precedente. I posti di lavoro persi sono 301.049. Il dato che sintetizza meglio la distanza tra le due curve è il fatturato per dipendente: $687.094, record storico. Il profitto per dipendente tocca $68.743, anch'esso mai così alto. Le grandi aziende non hanno mai estratto tanto valore da ciascun lavoratore come oggi.
Amazon sorpassa Walmart al primo posto della classifica dopo tredici anni: un cambio simbolico che segnala lo spostamento del baricentro dall'economia del commercio fisico a quella dei servizi digitali, della logistica algoritmica, del cloud. Alphabet chiude con $132 miliardi di utili netti, il profitto più alto mai registrato da una singola azienda nella storia della classifica. Due dati che, letti insieme al calo occupazionale, raccontano dove si accumula la ricchezza e dove no.
L'economia Fortune 500 produce rendimenti straordinari per azionisti e management. Produce molto meno in termini di posti di lavoro nuovi, anche in anni di espansione dei ricavi. Per chi lavora già all'interno di queste organizzazioni, la pressione sulla produttività individuale è in aumento costante: ogni dipendente deve coprire un perimetro più ampio, con meno colleghi e più strumenti automatizzati di supporto.
La tentazione di attribuire il calo occupazionale all'intelligenza artificiale è comprensibile, ma i dati richiedono più cautela. La quota maggiore della riduzione dei dipendenti si spiega con uscite strutturali dalla classifica: Walgreens ha perso 252.500 dipendenti uscendo dall'indice dopo un'acquisizione privata; Nordstrom ne ha persi 41.000 per la stessa ragione. Insieme, le due uscite pesano per quasi il 30% del calo totale di 301mila posti. Non sono licenziamenti, non sono automazioni: sono operazioni finanziarie che spostano lavoratori fuori dal perimetro di rilevazione.
Questo non assolve il quadro complessivo. La direzione del trend rimane la stessa anche depurando le uscite dalla classifica: le aziende Fortune 500 assumono meno di quanto crescano, e lo fanno in modo coerente su più anni consecutivi. Lawrence Katz, economista di Harvard, ha definito questa fase una "low-hire, low-fire economy": le aziende non licenziano in massa, ma evitano di assumere anche quando i ricavi salgono. I posti vacanti rimangono vacanti più a lungo, o vengono ridisegnati prima di essere riaperti, o semplicemente vengono eliminati.
L'intelligenza artificiale entra nel quadro, ma in modo più sottile di quanto la narrativa dominante suggerisca. Come emerge dall'analisi sulla crisi del livello entry-level, le prime posizioni colpite non sono quelle di alto profilo ma quelle di ingresso, dove l'automazione di compiti ripetitivi rende meno urgente l'inserimento di nuove risorse. Il risultato visibile non è un'ondata d