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Prima di GTA e Red Dead, Rockstar dominava la notte con la saga cult di Midnight Club
Oggi i più conoscono Rockstar per GTA e Red Dead Redemption, ma in passato l'azienda ha prodotto tante altre ottime IP, tra cui quella di cui vogliamo parlarvi oggi.
Agli albori del terzo millennio, la divisione di San Diego di Rockstar Games (all'epoca ancora denominata Angel Studios) aveva conquistato l'interesse del grande pubblico con un peculiare racer arcade che metteva sul piatto una serie di concetti e meccanismi ludici stimolanti e davvero avveniristici per il periodo di riferimento. Midnight Club: Street Racing, il primo capitolo di quello che era destinato a diventare un franchise anche piuttosto riconosciuto presso una nutrita platea di appassionati, era un gioco di corse clandestine il cui intreccio narrativo ruotava attorno a una misteriosa setta di corridori fuorilegge che, al tramontare del Sole, trasformavano le vie delle città di New York e Londra in tracciati per macchine da corsa in cui fare sfrecciare bolidi modificati a puntini per ottenere fama e denaro. Si tratta di un concept che di lì a poco sarebbe stato reso celebre su scala planetaria dal film The Fast and the Furious di Rob Cohen.
Ma c'è di più: la prima iterazione di Midnight Club (approdata sul mercato in occasione del lancio di PlayStation 2) non era solo riuscita ad anticipare i tempi su un vero e proprio fenomeno di costume che sarebbe esploso di lì a poco, portava anche in dote una struttura di gameplay tutt'altro che banale. Il giocatore, infatti, vestiva i panni di un comune tassista che si trova invischiato in questo losco giro di piloti e decide di sfidarli al loro stesso gioco, scalando le gerarchie vittoria dopo vittoria fino a giungere al testa a testa finale con la misteriosa leader del Club, Anika.
Il modello di guida, squisitamente arcade e privo di qualsivoglia ambizione simulativa, dal canto suo, risultava accessibile e divertente perché riusciva a restituire il feeling della velocità come pochi altri esponenti del genere. Il tutto avveniva nel contesto di un vasto open world che garantiva all'utenza la possibilità di esplorare liberamente le due metropoli a bordo di potenti veicoli (tutti appartenenti a brand fittizi) accettando le sfide degli altri concorrenti o semplicemente ammirando la bellezza di luoghi come Times Square, l'Empire State Building e Central Park a New York o Trafalgar Square e Westminster Abbey a Londra. Perfino i circuiti delle gare erano caratterizzati da conformazioni peculiari, pieni di scorciatoie, strade secondarie e sopratutto invasi dal traffico cittadino. Nemmeno altre popolarissime serie come Need for Speed si erano (ancora) mai spinte a tanto.
Appena due anni più tardi, viste anche le vendite incoraggianti del primo capitolo, Rockstar San Diego ha lanciato il sequel Midnight Club 2 che ereditava la medesima filosofia del predecessore ma la espandeva in ogni direzione, incanalandola in altre città come Los Angeles, Parigi e Tokyo. La seconda incarnazione di Midnight Club andava ad affinare ulteriormente il sistema di gestione dei veicoli, introduceva per la prima volta la possibilità di salire in sella a una selezione di potenti moto da corsa e manteneva i tracciati liberamente interpretabili, la vera cifra stilistica del brand: per ottenere i tempi migliori in ciascuna gara era necessario imparare a conoscere la rete stradale delle città, magari memorizzando la presenza di scale e rampe da sfruttare per tagliare sul percorso.
La vera svolta, però, è arrivata solo nel 2005 con il terzo episodio della serie, Midnight Club 3: Dub Edition, sviluppato in collaborazione con la rivista di settore Dub Magazine (che si occupa della cultura automobilistica underground e non solo), che immaginava una nuova sfida al fulmicotone attraverso le città statunitensi di San Diego, Atlanta e Detroit. Il gioco, accolto con un certo favore da critica e pubblico, poteva vantare per la prima volta un ampio parco vetture su licenza (con marchi come Nissan, Volkswagen, Mercedes, Lamborghini e Mitsubishi, tanto per cita