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Meta mobilita influencer e genitori per difendersi nel processo che potrebbe cambiare i social
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In California è iniziato e uno dei processi più importanti mai affrontati da Meta (la società che controlla Facebook e Instagram). Quattro stati – California, Colorado, Kentucky e New Jersey — puntano il dito contro l’azienda chiedendo miliardi di dollari di danni e modifiche profonde alle modalità con le quali l’azienda gestisce le proprie piattaforme.
L’accusa più importante riguarda il modo in cui Meta avrebbe progettato intenzionalmente Facebook e Instagram, social pensati catturare l’attenzione dei giovani, mantenerli sulle piattaforme il più a lungo possibile e raccogliere i loro dati, minimizzando allo stesso tempo i rischi associati all’utilizzo di tali servizi.
La prima bordata a Zuckerberg è arrivata da Arturo Béjar, ex collaboratore del gruppo, in passato responsabile del team Protect and Care che si è occupato delle funzionalità del prodotto e di strumenti interni.
Bejar ha parlato della sua esperienza in Meta evidenziando “una cultura aziendale che considerava la sicurezza dei bambini secondaria rispetto alla crescita e al coinvolgimento su Facebook e Instagram”, spiegando che Mark Zuckerberg, co-fondatore e CEO dell’azienda, è coinvolto attivamente nel processo decisionale e che a lui spettava l’ultima parola su eventuali modifiche da apportare alle piattaforme.
Bejar ha confermato inoltre quanto già riferito in passato da un’altra ex dipendente, Frances Haugen, evidenziando interventi sugli algoritmi pensati per favorire interazioni su contenuti più discutibili, allo scopo di incrementare i profitti. Zuckerberg aveva all’epoca smentito la dipendente ma Bejar ha confermato dando del bugiardo al suo ex datore di lavoro: “È tutto completamente falso, ogni singola parte. Non ci si può fidare di Mark Zuckerberg quando si tratta di bambini”.
Intanto un report del Tech Transparency Project pubblicato il 18 agosto evidenzia una strategia di Meta seguita in decine di paesi, con genitori-influencer invitati a giornate tematiche, furbescamente denominate “Instagram Safety Camp” o “Screen Smart”, pensante per presentare gli account adolescenti come un’alternativa più efficace di un divieto puro e semplice. Gli ospiti trasmettono poi il messaggio ai loro iscritti, con una menzione pubblicitaria spesso discreta, a volte ridotta a un semplice hashtag annegato nelle didascalie.
Dietro queste scelte c’è la volontà di rimandare il problema ad altri, delegando la verifica dell’età a Apple e Google e non a Facebook e Instagram.
I legislatori negli Stati Uniti stanno intanto valutando nuove norme che cambierebbero il modo in cui gli app store verificano l’età degli utenti e gestiscono il consenso dei genitori. L’App Store Accountability Act richiederebbe ai principali app store di verificare le categorie di età degli utenti e ottenere l’approvazione dei genitori prima che i minorenni possano scaricare app o effettuare acquisti in-app. I sostenitori d queste norme affermano che la misura aiuterebbe i genitori a comprendere e controllare meglio le app utilizzate dai loro figli. I detrattori sostengono che norme del genere introdurrebbero nuovi rischi per la privacy e la sicurezza, richiedendo alle aziende di raccogliere e conservare informazioni personali sensibili.
In alcuni stati (es. Texas) è stata obbligata a conformarsi. In Europa, Meta spinge nella stessa direzione attraverso una rete di consulenza finanziata dall’organizzazione di Bruxelles ThinkYoung, che in un report sostiene la regola di verifica dell’età armonizzata a livello di App Store piuttosto che applicazione per applicazione. La logica rimane la stessa ovunque. In caso di problemi, la responsabilità e il rischio legale ricadrebbero su Apple e Google, e non su Meta.