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Addio Tim Cook, esce di scena Mr. Trilione
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I numeri li sappiamo tutti, ma rimetterli in fila non fa mai male. Quando Tim Cook è diventato CEO di Apple, nel 2011, Apple valeva circa 350 miliardi di dollari di capitalizzazione di mercato. Alla fine del suo mandato, il 31 agosto, la capitalizzazione di mercato ha superato i 4.500 miliardi di dollari e sotto la sua guida Apple è stata la prima azienda al mondo a superare la barriera del “trilione” (2 agosto 2018) e dei “due trilioni” (19 agosto 2020), cioè mille e duemila miliardi di dollari.
Ma chi è Mr. Trilione esattamente? Nel tempo sono state molte le descrizioni di una persona che tiene molto alla sua privacy e per decenni è rimasto per quanto possibile fuori dal radar. Ma, dopo che la nebbia si è schiarita, anche grazie ad alcune sue scelte di outing coraggiose che vedremo più avanti, è emerso un quadro di americano speciale, un gentiluomo del Sud, un uomo estremamente gentile e riservato, che parla piano ma non per questo si fa pestare i piedi.
Tim Cook, se giudichiamo la bravura anche sulla base del successo che ha raggiunto (e badate bene che non sempre si fa così) è un manager a dir poco geniale, un instancabile esecutore, un leader freddissimo, calcolatore, con una grande capacità di ridefinire l’agenda politica del settore tecnologico, passando dai prodotti e dalle filiere a parlare di diritti e di ambiente, di inclusione e di arcobaleni. Capace di scelte di real politik costose ma estremamente importanti, come il controverso “bacio dell’anello” al presidente Donald Trump che incarna probabilmente tutto quello che a Cook non piace, ma che ha permesso ad Apple di non essere discriminata e ostacolata dal suo stesso governo federale.
Che Tim Cook sia una persona estremamente intelligente lo dimostra il fatto che, subentrando a Steve Jobs, leader visionario per definizione, non si è focalizzato su questo aspetto della leadership: mentre esiste un’idea di futuro pensata da Jobs (che a suo tempo aveva anche predetto l’intelligenza artificiale nel suo modo più intrigante di essere utilizzata) non esiste una simmetrica idea di Tim Cook.
Esiste però un’idea di società, di presente, pensata da Cook, in cui le tecnlogie di Apple, come nelle vecchie pubblicità della Benetton, entrano in famiglie arcobaleno, multigenere e multicolore, portando modernità e alzando la qualità della vita non solo ai modelli e alle modelle californiani, ma anche agli “ultimi”, alle persone vere, quelle non esteticamente codificate, con disabilità, differenti, in difficoltà, vittime alle volte di incidenti o di traumi che condizionano la loro vita.
Ecco, la Apple di Tim Cook è stata (anche) questo: uno straordinario veicolo per mostrare che potremmo essere diversi, a prescindere, grazie alla tecnologia. Perché, come ha sempre detto di sé stesso Cook, lui è un inguaribile ottimista. La tecnologia può e fa del bene. Fino a che non smette di farlo, ma questo è un altro discorso. NOn abbiate paura: comunque Cook non esce del tutto da Apple: dal primo di settembre diventa Executive Chairman, con un ruolo che comprende anche i rapporti con le autorità politiche globali. Strategia e non più operatività.
Timothy Donald Cook nasce il primo novembre del 1960 a Mobile, in Alabama, figlio di Donald Cook, operaio in un cantiere navale: primo della famiglia ad arrivare al college, si laurea in ingegneria industriale all’Auburn University nel 1982, poi ottiene un MBA alla Duke University nel 1988 come Fuqua Scholar. Dodici anni in IBM a costruire la sua reputazione come gestore di catene di fornitura, un breve passaggio come vicepresidente alla Compaq, e poi l’arrivo in Apple nel marzo del 1998, chiamato da Steve Jobs in persona. Una decisione che Cook ha descritto come istintiva, quasi irrazionale: un atto di fede verso un’azienda ancora convalescente.
La sua risposta alla logistica caotica che trova è chirurgica: chiude fabbriche di proprietà, costruisce una rete di produttori a