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I data center orbitali sfidano i vincoli terrestri, ma la latenza pesa sulle imprese
I data center orbitali stanno passando da ipotesi ingegneristica a proposta infrastrutturale discussa dall'industria, spinti dalla pressione che l'AI esercita su energia, suolo, raffreddamento e disponibilità' dei campus terrestri. Il nodo, come ricostruisce nell'approfondimento pubblicato da TechRadar Pro, non è' soltanto portare calcolo in orbita: è far muovere i dati con velocità' e affidabilita' sufficienti per le applicazioni aziendali.
Il punto viene messo a fuoco da Ivo Ivanov, CEO dell'operatore di Internet exchange DE-CIX: il calcolo orbitale, secondo la lettura riportata da TechRadar Pro, va considerato come un nuovo strato dell'ecosistema digitale distribuito, non come un sostituto secco dei data center terrestri. La differenza operativa si gioca sulla rete, perché' un data center perde utilita' se non riesce a scambiare informazioni in modo rapido e prevedibile.
Negli ultimi due decenni, la logica dominante dei data center è stata accorciare la distanza tra infrastruttura, applicazioni e utenti. Ogni nuova generazione di impianti ha cercato di ridurre la latenza e aumentare l'affidabilita', sfruttando reti in fibra, collegamenti fisici, cloud on-ramp, Internet exchange e strutture di interconnessione collocate vicino ai mercati serviti.
La proposta orbitale inverte una parte di questo percorso. Secondo TechRadar Pro, spostare il calcolo nello spazio può' attenuare alcuni vincoli dei progetti terrestri, ma reintroduce una complessita' che l'industria ha cercato a lungo di comprimere: lo scambio dei dati su distanze maggiori. I data center in orbita dovrebbero migliorare la trasmissione wireless su centinaia di miglia, senza poter contare sull'ecosistema terrestre di connessioni fisiche dense e ridondanti.
Ivanov riassume il problema con un'immagine operativa: mettere un data center AI in orbita sarebbe un traguardo tecnico, ma non servirebbe molto se per addestrare i modelli fosse necessario portare fisicamente nello spazio hard disk pieni di dati. La rete, quindi, non è' un accessorio del progetto: è la condizione che permette a calcolo orbitale, cloud, edge e infrastrutture terrestri di comportarsi come parti dello stesso sistema.
Il motore industriale di questa discussione resta la domanda di capacità' di calcolo. Nell'intervista riportata da TechRadar Pro, Ivanov collega il tema all'aumento dei cluster per l'addestramento AI, alla crescita dei requisiti energetici e alla difficoltà', in diverse aree, di assicurare insieme energia, terreno e raffreddamento al ritmo richiesto dall'industria.
Gli argomenti a favore dell'orbita sono ricorrenti: spazio di espansione molto ampio, accesso continuo all'energia solare, ambienti più' freddi e minore necessità' di raffreddamento rispetto ad alcuni scenari terrestri. TechRadar Pro attribuisce agli osservatori favorevoli la tesi secondo cui i data center orbitali potrebbero un giorno assorbire una parte dei workload AI più' energivori, liberandoli da alcuni vincoli fisici dei campus a terra. La stessa fonte, pero', segnala che la tecnologia è ancora in una fase iniziale.
Il quadro energetico spiega perché' la filiera stia guardando a opzioni non terrestri. Nelle proiezioni dell'IEA sull'energia, il consumo elettrico globale dei data center arriva a circa 945 TWh nel 2030 nello scenario di base, con una crescita annua intorno al 15% tra 2024 e 2030. La stessa analisi colloca il peso dei data center poco sotto il 3% della domanda elettrica globale a fine periodo.
In Europa, la pressione sui data center è anche regolatoria. La Commissione europea ricorda nella disciplina europea sui centri dati che la Energy Efficiency Directive ha introdotto obblighi di monitoraggio e rendicontazione delle prestazioni energetiche, mentre il regolamento delegato UE 2024/1364 definisce informazioni e indicatori per il reporting. Per gli operatori enterprise, la scelta dell'infrastruttura resta quindi legata anche a metriche, trasparenza e sostenibilita'.
TechRadar Pro cita Project Sunca