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Datacenter sotto accusa per il clima, le cause legali esplodono nel mondo
Il contenzioso climatico contro i datacenter sta crescendo in tutto il mondo, e un po' ovunque si trovano comunità che si oppongono alla realizzazione di queste strutture. Il rapporto annuale della London School of Economics sulle tendenze globali del contenzioso climatico, appena pubblicato dal Grantham Research Institute, infatti ha analizzato circa 3.600 cause legate al clima depositate dal 2015 in tutto il mondo: una quota crescente di questi procedimenti contesta le fonti energetiche, il consumo di acqua e l'inquinamento atmosferico prodotti dai datacenter.
Dagli Stati Uniti al Cile, dal Regno Unito all'Irlanda, il fenomeno ha ormai una geografia planetaria (o quasi) e una traiettoria in accelerazione. E per chi gestisce infrastrutture digitali su larga scala, il costo del contenzioso climatico sta diventando una voce di bilancio da mettere a budget.
Uno dei primi casi risale al 2020, in Cile: Google progettava un grande datacenter nel quartiere Cerrillos di Santiago. Un gruppo di residenti e il consiglio comunale hanno impugnato il progetto, sollevando il problema dell'impatto sulla riserva idrica cittadina, già sotto stress climatico. Il tribunale ha fermato il progetto, stabilendo che gli impatti climatici non erano stati valutati in modo adeguato. Il caso Cerrillos non ha bloccato l'esplosione complessiva dei datacenter nella regione, che continua a prosciugare le falde acquifere cilene già colpite dalla siccità, ma ha creato un precedente: il clima è entrato nell'aula di tribunale come argomento giuridico valido per fermare un'infrastruttura digitale.
Nel confronto con l'Italia e l'Europa, è immediatamente opportuno sottolineare un particolare: questi scenari si possono verificare solo in contesti dove l'acqua ha perso il proprio status di bene pubblico, ed è gestita completamente da enti privati. È un problema che abbiamo già anche in Italia, ma qui l'acqua può godere di una tutela — seppur minima — che deriva direttamente dal referendum del 2011. In virtù della normativa vigente, dunque, un ente privato non potrebbe togliere l'acqua alla popolazione per venderla a un ente privato, ad esempio per il raffreddamento di un data center.
Un altro dettaglio molto importante, poi, è che in Italia e in Europa i data center usano quasi tutti il raffreddamento a liquido a circuito chiuso. Questo è importante perché la struttura non ha un consumo d'acqua costante: nei sistemi di evaporazione infatti l'acqua viene prelevata e poi rilasciata per evaporazione; non sparisce ovviamente, ma viene rimossa localmente, provocando carenze che ormai abbiamo visto in molti luoghi. Con il raffreddamento a circuito chiuso, invece, si preleva solo una piccola quantità d'acqua per riempire il circuito inizialmente, e successivamente il sistema locale resta stabile.
L'Irlanda è poi identificata dal rapporto LSE come l'epicentro del contenzioso climatico contro i datacenter. Il governo irlandese vuole espandere il settore, ma i datacenter già consumano più di un quinto dell'elettricità nazionale. A dicembre la Commission for the Regulation of Utilities ha stabilito che i "grandi consumatori di energia", categoria in cui rientrano i datacenter, potranno funzionare a combustibili fossili per i prossimi sei anni, con l'obbligo di passare ad almeno l'80% di rinnovabili solo dopo quella data. Una decisione che Friends of the Irish Environment, Friends of the Earth Ireland e ClientEarth stanno impugnando davanti al giudice: secondo le organizzazioni, il provvedimento vincola l'Irlanda a gas fossile costoso e ad alte emissioni per anni. La stessa FIE ha presentato altri ricorsi, incluso uno contro l'Agenzia per la protezione ambientale irlandese per l'approvazione di un progetto nella zona sud di Dublino.
Negli Stati Uniti il fronte legale è altrettanto articolato e in rapida evoluzione. In California, la città di Pittsburg impone a un datacenter l'uso di energia rinnovabile per l'alimentazione e acqua riciclata per il raffreddamento dei server.