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NBA 2K27 - La recensione
Shaq ha passato l'intera esistenza a dimostrare che un essere umano di oltre centocinquanta chili può fare letteralmente qualsiasi cosa: quattro anelli NBA, un album rap diventato disco di platino, due pellicole cinematografiche come Kazaam e Steel che Hollywood vorrebbe cancellare dalla storia, una fortunata seconda vita da DJ e una quantità imbarazzante di opere di beneficenza. Chi mastica la palla a spicchi conosce a memoria "The Big Aristotle" che, a oltre vent'anni dal suo addio al parquet, continua a frequentare gli studi televisivi con la stessa delicatezza con cui gestiva il pitturato: vale a dire, occupandoli tutti. Le superstar moderne sono il suo bersaglio preferito, specie quando la conversazione scivola inevitabilmente sul GOAT: per lui sul trono c'è solo MJ, mentre LeBron viene etichettato come il manifesto vivente di quella che definisce, sprezzante, la "Cupcake Era".
La sua sentenza è un macigno senza diritto di replica. Troppa glassa, zero cattiveria agonistica; troppi sorrisi di circostanza, pochi gomiti alti; troppi highlight da TikTok, poche giocate vere. E quando a dirlo è uno che ha costretto gli allenatori NBA a inventarsi l'Hack-a-Shaq (perché fermarlo in modo regolare era diventato semplicemente impossibile), forse vale la pena ascoltare. Se Shaq sbraita contro la "Cupcake Era", 2K da anni ha trasformato la sua blasonata simulazione in un vero e proprio "Cupcake Business": una glassa lucida sul gameplay, una spolverata di zucchero sulle novità di copertina e, per tutto il resto, la solita pasticceria in-game che sforna VC mentre la cassa continua a non conoscere l'orario di chiusura. Quest'anno, però, Visual Concepts sembra aver trovato la formula giusta.
Gli ingredienti sono sempre tanti, abbastanza da far impennare la glicemia a chiunque, ma stavolta il medico può restare comodamente in panchina perché il basket è dannatamente buono. Me ne sono accorto dopo pochi possessi, ritrovandomi a fronteggiare il solito mega superteam orchestrato da LeBron con contorno di Jaylen Brown, Tyrese Maxey, Joel Embiid e VJ Edgecombe. D'altronde, la mia missione rimane sempre la stessa: smantellare l'Impero del male di turno, che siano i Dodgers in MLB The Show 26 o i Rams in Madden NFL 27.
Il cambio di passo si percepisce fin dalla prima palla a due; c'è molto più controllo in difesa, i contatti restituiscono un feedback finalmente credibile e, fattore non trascurabile, adesso tocca difendere sul serio. Il nuovo Shot Contest permette di calibrare con precisione il livello di aggressività, ma la vera linea di demarcazione rispetto al passato è un'altra: non basta più premere un tasto, alzare le braccia al cielo e sperare che l'algoritmo faccia il miracolo. Qui bisogna leggere l'attacco, sporcarsi le mani prendendo l'angolo corretto, scivolare sui piedi e restare incollati al proprio uomo. Per una volta in NBA 2K mi sono sentito più Dennis Rodman che spettatore non pagante di uno degli ultimi All-Star Game. E per la serie, questa è quasi fantascienza.
Le schiacciate continuano a piacermi, ma il vero spartiacque è il timing: posterizzare qualcuno con "Ant-Man" è un'esperienza quasi mistica, mentre farlo con "The Alien" sembra una violazione delle leggi della fisica. Con un microonde tascabile come Isaiah Thomas, invece, buona fortuna… Il "Rhythm Shooting", invece, continua a lasciarmi perplesso: da un lato lo apprezzo perché dà a ogni giocatore un rilascio unico della sfera, dall'altro mi ritrovo a imprecare perché Damian Lillard ha spedito la palla nel Metaverso prima ancora che i miei neuroni capissero cosa stesse succedendo. Per fortuna che ci pensano i layup a risollevare la situazione con una varietà tale da far concorrenza alle schiacciate.
Poi c'è il capitolo intelligenza artificiale, e qui la narrazione cambia. Dopo aver infilato nel frullatore del machine learning gli schemi di Tex Winter, la filosofia Zen di Phil Jackson, lo small ball di Mike D'Antoni e il pragmatismo stoico di Larry Brown, la mia domand