// TOM'S HARDWARE ITALIA — MOBILE & WEB
Una whistleblower fa causa a Meta, accusandola di ritorsioni
Sarah Wynn-Williams, ex direttrice delle politiche pubbliche di Facebook, ha avviato una causa contro Meta accusando l’azienda di ritorsioni dopo le sue comunicazioni alle autorità federali su presunte condotte interne illecite. La denuncia sostiene che il gruppo starebbe usando strumenti contrattuali e pressioni legali per punire una ex dirigente che ha scelto di parlare con i regolatori.
Al centro del caso c’è una clausola di non denigrazione contenuta nell’accordo di uscita firmato da Wynn-Williams. Secondo la causa, Meta l’avrebbe applicata in modo eccessivamente ampio per limitare dichiarazioni pubbliche, contatti e iniziative legate alle accuse mosse contro la società. La denuncia parla anche di una presunta attività di sorveglianza volta a monitorare discorsi e relazioni della whistleblower.
La vicenda nasce dopo la pubblicazione di Careless People, libro in cui Wynn-Williams ha ricostruito la propria esperienza all’interno dell’azienda e ha formulato accuse pesanti sulla cultura manageriale di Facebook. Il volume ha chiamato in causa figure di primo piano, tra cui Joel Kaplan, descritto nel libro come centrale nell’evoluzione politica della piattaforma e accusato dall’autrice di comportamenti inappropriati.
Meta aveva già tentato di bloccare la pubblicazione del libro attraverso una mozione d’urgenza davanti a un arbitro, sostenendo che Wynn-Williams avesse violato gli impegni presi con l’accordo di separazione. L’azienda ha definito il libro falso e diffamatorio, ma il volume è comunque arrivato in libreria e ha raggiunto la vetta della classifica bestseller del New York Times.
La nuova causa sposta il baricentro dal contenuto del libro al comportamento dell’azienda dopo le rivelazioni. Secondo la denuncia, l’obiettivo sarebbe stato creare un effetto deterrente verso altri dipendenti o ex dipendenti intenzionati a rivolgersi ai regolatori. In questa cornice, il parallelo con le accuse rivolte a IBM da un whistleblower su cyberattacchi non comunicati mostra quanto il tema delle segnalazioni interne stia diventando delicato per le grandi aziende tecnologiche.
Nel materiale citato dalla causa compaiono anche riferimenti a vicende internazionali, inclusi episodi legati al Myanmar, che nel racconto di Wynn-Williams sarebbero stati gestiti con leggerezza dai vertici. La denuncia non si limita quindi a contestare una controversia lavorativa, ma inserisce il caso nel rapporto tra governance aziendale, piattaforme social e responsabilità pubblica.
Per Meta il rischio non è soltanto reputazionale. Se un tribunale dovesse ritenere che una clausola privata sia stata usata per limitare comunicazioni protette verso autorità pubbliche, il caso potrebbe avere effetti più ampi sui rapporti tra Big Tech, accordi di uscita e whistleblower. Le accuse restano da dimostrare, ma la causa apre un nuovo fronte legale per un’azienda già spesso sotto osservazione dei regolatori.