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Perché tutti i retrogamer sono ossessionati dalle TV a tubo catodico?
Nelle postazioni da retrogaming capita sempre più spesso di vedere associate a console vecchie uno di quei televisori enormi che vent’anni fa ingombravano le case e di cui molti avrebbero voluto liberarsi il prima possibile.
Parliamo dei vecchi TV CRT (Cathode Ray Tube, cioè tubo a raggi catodici). Il motivo è che per una parte consistente dei videogiochi dell’epoca il CRT non rappresenta semplicemente il display che avevamo a disposizione.
Infatti, alcune caratteristiche della grafica dipendevano proprio da come quella tipologia di display avrebbe mostrato il segnale. È particolarmente evidente con i giochi in 240p. Molte console classiche inviavano un segnale a bassa risoluzione che il televisore a tubo poteva visualizzare direttamente, senza doverlo adattare a una matrice di pixel come accade invece su uno schermo moderno. Scanline, fosfori e la naturale morbidezza dell’immagine finivano così per diventare parte del risultato visivo. Alcune tecniche di dithering sfruttavano inoltre le caratteristiche del segnale analogico, in particolare del composito, per fondere pixel di colori diversi e simulare sfumature o trasparenze. Su un dispositivo molto più nitido quei pixel possono invece rimanere perfettamente distinguibili.
È anche per questo che uno sprite della generazione a 16 o 32 bit su uno schermo moderno non significa necessariamente vederlo meglio solo perché ci appare più nitido. Gli artisti dell'epoca sviluppavano e valutavano le immagini su display CRT e attraverso le connessioni video disponibili allora, quindi il modo in cui il televisore restituiva il segnale finiva inevitabilmente per influenzare il risultato visivo. Non è difficile capire perché tanti appassionati cerchino ancora modelli Sony Trinitron, vecchi televisori consumer oppure, potendoselo permettere, monitor professionali PVM e BVM.
Inoltre, con l’hardware originale un CRT analogico evita buona parte della catena di elaborazione che può essere presente su un televisore digitale, quindi l’azione restituita sullo schermo è praticamente immediata. Oggi il problema input lag si è ridotto grazie alle modalità gioco dei televisori moderni, ai pannelli molto più rapidi e agli scaler dedicati. E dunque esagerato sostenere che il retrogaming su un pannello moderno sia per forza compromesso. Nei giochi in cui tempi e precisione contano, però, anche pochi millisecondi possono fare la differenza e la latenza continua è forse uno dei motivi principali che rendono i televisori a tubo così ricercati.
C’è inoltre una caratteristica di cui ci si rende conto solo dal vivo: la nitidezza in movimento. I fosfori di un CRT vengono illuminati per un tempo molto breve e poi decadono, mentre molti display moderni mantengono il fotogramma visibile fino al successivo. Seguendo con gli occhi un oggetto in rapido movimento, un vecchio televisore può quindi restituire contorni molto leggibili anche a 60 Hz. Questo è proprio uno dei casi in cui una tecnologia oggi superata riesce a fare qualcosa che oggi si replica dovendo ricorrere a compromessi.
Ovviamente, anche il formato 4:3, la curvatura del vetro, il leggero ronzio, l’accensione dello schermo, una PlayStation collegata in RGB o magari un Nintendo 64 lasciato volutamente con il suo segnale composito appartengono all’esperienza originale quanto il controller che si tiene in mano. Per alcuni retrogamer giocare significa semplicemente poter accedere di nuovo a un vecchio titolo, per altri significa ricostruire per quanto possibile tutto il sistema che c'era in quegli anni.
È innegabile che i CRT siano scomodi, occupano moltissimo spazio, pesano anche decine di chili, consumano più di un display moderno e con gli anni possono sviluppare problemi di geometria, convergenza, luminosità. I monitor professionali, poi, sono diventati oggetti da collezione con prezzi che hanno poco a che vedere con quelli a cui venivano venduti anni fa.
Insomma, i dispositivi moderni possono imitare molto bene scanline, maschere dei fosfori, cur