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Cloudflare blocca di default i crawler AI, svolta per gli editori europei
Per gli editori digitali, i marketplace e le imprese italiane che monetizzano contenuti online, la nuova mossa di Cloudflare sposta il rapporto con i crawler AI da scelta tecnica a decisione commerciale e di compliance. Dal 15 settembre 2026, secondo la ricostruzione pubblicata da TechCrunch, i default della piattaforma bloccheranno i crawler a uso misto sulle pagine che ospitano pubblicità, salvo intervento contrario del titolare del sito.
La modifica riguarda i nuovi clienti Cloudflare, i nuovi siti creati da clienti esistenti e tutti i clienti già attivi sul piano gratuito. Per chi opera in Italia, il punto operativo è immediato: le pagine con annunci, contenuti premium o asset editoriali dovranno essere classificate anche in base alla loro esposizione a search, agent use e training, in un quadro europeo in cui l’AI Act impone già obblighi di trasparenza e rispetto del diritto d’autore ai fornitori di modelli di uso generale.
Cloudflare ha fissato una scadenza all’industria dell’AI: separare i crawler usati per la ricerca tradizionale, come Google Search, da quelli impiegati per agenti AI e addestramento dei modelli. Nel comunicato ufficiale di Cloudflare, l’azienda spiega che i nuovi default permetteranno la ricerca ma bloccheranno training e agent use sulle pagine con advertising.
Il bersaglio dichiarato sono i mixed-use crawlers, cioè crawler che combinano finalità diverse senza offrire ai proprietari dei siti la possibilità di distinguere tra indicizzazione per ricerca, uso da agente e addestramento. Se un crawler non consente questa separazione, verrà bloccato di default sulle pagine con annunci. Il titolare del sito potrà comunque modificare l’impostazione nella dashboard.
La scelta nasce da una tensione già nota agli editori: restare indicizzati nella ricerca, quindi trovabili dagli utenti, senza consegnare gratuitamente contenuti protetti a sistemi che possono usarli per risposte AI o training. Cloudflare sostiene che molti proprietari di siti vogliono visibilità nella ricerca e, in alcuni casi, anche nei servizi AI, ma chiedono protezioni contro l’uso non remunerato della proprietà intellettuale.
Il blocco dei crawler misti si affianca a una linea già avviata da Cloudflare con Pay Per Crawl, lo strumento che consente ai siti di far pagare l’accesso ai bot AI. Nel modello Pay Per Crawl, i proprietari dei domini possono scegliere se consentire, far pagare o bloccare un crawler, con decisioni applicate dopo le policy WAF e di bot management già configurate.
Secondo quanto riportato da TechCrunch, Cloudflare sta facendo evolvere Pay Per Crawl in Pay Per Use. La differenza è sostanziale per un editore: il pagamento non sarebbe legato solo al recupero della pagina, ma al momento in cui il contenuto genera valore per un’azienda AI. Cloudflare indica due primi partner: Ceramic.ai e You.com.
Nel modello iniziale descritto dalla società, quando un publisher aderisce, viene pagato se il suo contenuto appare nei risultati di ricerca AI di Ceramic o quando You.com accede a un contenuto premium. Cloudflare aggiunge che altre aziende AI potranno personalizzare il modello in base al proprio funzionamento, elemento che lascia spazio a contratti diversi tra editori, piattaforme di risposta e fornitori di agenti.
La società lega la monetizzazione anche a un problema di costi infrastrutturali. I dati citati da Cloudflare indicano che oltre il 50% del traffico di crawling proveniente da crawler AI viene speso per recuperare di nuovo pagine che non sono cambiate. Per siti italiani con margini pubblicitari compressi, questa voce non è solo consumo di banda: significa carico su cache, origin, logging, sicurezza e analisi.
Per un editore italiano, la prima decisione non riguarda l’AI in astratto, ma la mappa delle pagine. Le sezioni sostenute da advertising rientrano direttamente nel nuovo default Cloudflare; le aree premium o dietro registrazione possono richiedere regole separate; le pagine corporate, di documentazione tecnica o