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Francoforte e Amsterdam sono piene, l'AI trasloca (anche) a Milano
Il Emea Data Centres Market Report di Colliers, aggiornato al primo semestre 2026, mette un numero dietro una sensazione che circolava da mesi tra gli operatori del settore: i cinque mercati europei che hanno sempre fatto da riferimento per i data center, cioè Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi e Dublino (i cosiddetti FLAP-D), non riescono più a convertire la domanda in capacità operativa. La disponibilità di energia elettrica, non il capitale, è diventata il collo di bottiglia.
Colliers fotografa un'area EMEA con 12,5 GW di capacità operativa, altri 7 GW in costruzione o pianificazione avanzata, e un numero enorme, 78 GW, bloccato in fase early-stage. Bloccato non per mancanza di progetti o di soldi, ma per assenza di potenza disponibile in rete.
Ad Amsterdam vige una moratoria sui progetti sopra i 70 MW, e il governo olandese ha ammesso a gennaio 2026 di non avere nemmeno l'autorità legale per bloccare un impianto Microsoft da 78 MW già autorizzato in precedenza. A Francoforte, secondo mercato europeo per dimensione con un inventario cresciuto del 23% su base annua nel primo trimestre 2026 (1.222,5 MW), i nuovi progetti vengono spinti fino a 40 chilometri fuori città perché in centro la rete non ha più margine. Nel Regno Unito i tempi medi di allaccio superano gli otto anni.
Questo è il quadro che il report Colliers e la copertura indipendente di Data Center Dynamics descrivono con concordanza: la crescita della domanda AI ha superato la capacità delle reti elettriche di stare al passo, e i mercati che per vent'anni hanno concentrato la maggioranza degli investimenti europei ora respingono ordini che prima avrebbero accolto.
Il caso olandese merita un dettaglio in più, perché racconta meglio di ogni statistica cosa significhi "saturazione" quando si parla di rete elettrica. Il governo dell'Aia non ha bloccato l'impianto Microsoft da 78 MW per scelta politica, ma perché la legge non gli dava gli strumenti per farlo: la moratoria sopra i 70 MW arriva dopo, come toppa su un sistema di autorizzazioni pensato per un mondo con richieste di allaccio molto più piccole. È la differenza tra una rete che decide dove investire e una rete che subisce, e a subire sono anche i mercati che fino a ieri sembravano i più solidi d'Europa.
La narrazione più comoda è che Milano stia diventando un hub perché offre energia rinnovabile, stabilità normativa e terreno a buon mercato. È tutto vero, ma la vera causa è il crollo dei mercati storici: a Francoforte e Amsterdam non c'è più potenza da allacciare, e i capitali devono andare da qualche parte.
Milano oggi conta 414 MW di potenza IT installata, il 68% dell'intera capacità nazionale, con proiezioni che superano il gigawatt entro il 2028. È un salto enorme, ma va letto come effetto di scarico, non come premio al merito italiano. Gli hyperscaler e i colocation provider stanno diversificando il rischio geografico e regolatorio: se un mercato dice no, la domanda si sposta su quello che dice ancora sì.
I due pezzi pubblicati ieri su questa testata raccontavano la stessa febbre da un'angolazione diversa: Fidatevi, l'Italia sarà il prossimo gigante dei data center guardava alla domanda aggregata e al ruolo dell'Italia come hub del Mediterraneo, mentre I data center corrono più della rete elettrica misurava il gap tra i gigawatt richiesti a Terna e quelli davvero allacciati. Entrambi guardano l'Italia dall'interno. Qui il punto di osservazione è opposto: l'Europa dall'alto, e la domanda è perché Milano cresce mentre i mercati storici rallentano.
Ogni fase di scarico ha dei beneficiari precisi. I fondi immobiliari e gli sviluppatori che hanno comprato aree industriali dismesse attorno a Milano quando i prezzi erano ancora bassi rispetto a quelli di Francoforte o Amsterdam oggi vedono quel terreno rivalutato dalla fame di spazio degli hyperscaler.
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