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È scomparsa Margaret Hamilton, la donna che guidò il software dell’Apollo per andare sulla Luna
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C’è una fotografia che accompagna da decenni ogni racconto dell’Apollo, e non mostra né un razzo né una tuta spaziale. Invece, mostra una donna in piedi accanto a una pila di fogli stampati, alta quanto lei. Quella pila è la stampa del software di bordo dell’Apollo Guidance Computer, e la donna è Margaret Hamilton, morta il 30 settembre 2026 a 90 anni. La notizia l’ha data il MIT una settimana dopo, con discrezione, come discreto è stato il ruolo di Hamilton, che ha avuto invece una importanza enorme nel successo delle missioni Apollo.
Nata a Paoli, in Indiana, il 17 agosto 1936, Hamilton si è laureata in matematica con una specializzazione in filosofia all’Earlham College nel 1958 e nel 1959 si è trasferita a Boston al seguito del marito, che studiava legge. Doveva essere un semplice periodo di attesa, un passaggio, e invece trova un posto temporaneo nel dipartimento di meteorologia del MIT, dove scrive software di previsioni del tempo per Edward Lorenz: quel lavoro sarà umile ma fondamentale, perché entrerà poi nelle ricerche di Lorenz sulla teoria del caos, che ha cambiato completamente il modo con il quale vediamo il mondo.
Già un contribiuto del genere sarebbe stato il picco di qualsiasi carriera, ma non per lei. Nel 1961 passa al Lincoln Laboratory, sul progetto SAGE, il primo sistema di difesa aerea degli Stati Uniti, e comincia a interessarsi di una cosa che quasi nessuno aveva capito che era un problema: l’affidabilità del software. Capisce, cioè, che l’importanza del codice, nella vita moderna sta diventando centrale e lei, con un approccio preciso, rigoroso, basato su criteri di ingegneria del software che si vanno formando proprio in quegli anni, è la persona giusta al posto giusto.
Il suo diventa un mestiere strano che, in quegli anni, era meno maschile di quanto si creda. Nel 1960, secondo i dati federali americani, le donne erano circa il 27 per cento di chi lavorava tra informatica e matematica, e ai Lincoln Labs, ricorda alla rivista del MIT la collega Mary Allen Wilkes, a programmare erano soprattutto donne. Il software veniva percepito come un accessorio dell’hardware, lavoro di manovalanza che richiedeva dedizione e precisione, e questo aiuta a capire perché accostargli la parola «ingegneria» facesse sorridere.
Nel 1965 Hamilton si prepara a iscriversi a un corso di laurea magistrale quando il marito le segnala un annuncio: l’Instrumentation Laboratory del MIT cerca persone per scrivere il software che porterà un uomo sulla Luna, e ha appena vinto il contratto con la NASA. Lei si candida e viene assunta come prima programmatrice del progetto Apollo al MIT, e prima donna del gruppo. Lavora prima sulle missioni senza equipaggio, poi guida il gruppo del software di bordo per quelle con astronauti. Nel 1968 è vicedirettrice responsabile della squadra del Modulo di comando e servizio e le persone al lavoro sul codice sono più di 400.
Il loro computer, l’AGC, progettato al MIT e costruito da Raytheon, aveva 2.048 parole di memoria cancellabile a nuclei magnetici e 36.864 parole di memoria fissa, e girava a poco più di 2 MHz. La memoria fissa era una core rope: il programma veniva letteralmente intrecciato in filo di rame, un bit alla volta, a seconda che il filo passasse dentro o fuori da un anello magnetico. Una volta tessuta, la corda non si poteva correggere con una patch. Si scriveva in assembly, e un errore scoperto tardi era lettaralmente un problema di tessitura.
La figlia Lauren, allora quattrenne, la seguiva in laboratorio di sera e nei fine settimana. Un giorno, giocando con il simulatore del modulo di comando, attivò per caso il programma P01, quello di prelancio, mentre la macchina era in volo simulato. Il simulatore si bloccò del tutto. Hamilton propose di proteggere il software vero da un errore del genere, ma venne bocciata: gli astronauti erano addestratissimi e non avrebbero mai fatto una cosa simile. Ottenne solo un a