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Call of Duty: Modern Warfare 4 - La recensione
Il mio rapporto con la serie Call of Duty risale ai suoi albori, quando ancora c’era una forte rivalità con Medal of Honor e i vari giochi erano tutti ambientati durante la seconda guerra mondiale. Ammetto candidamente di aver preferito sempre la deriva moderna, e ho amato molti capitoli dello spin-off Black Ops. La particolarità di Call of Duty è che la qualità della campagna per giocatore singolo è decisamente altalenante e non sempre rappresenta un valido investimento del tempo di un giocatore, specialmente negli ultimissimi capitoli.
Modern Warfare 4 riesce però a guadagnare diversi punti a favore già dalle primissime sequenze con il protagonista, un soldato sudcoreano chiamato Park Hyun-Jun, che protesta contro la scelta, da parte dei compagni, di ascoltare del pessimo rap, suggerendo di cambiarlo con del sano Heavy Metal parlando specificatamente dei Pantera. Bravo ragazzo!
L’inizio dell’intera avventura è piuttosto improvviso e brutale, con l’unità di Park sorpresa da un impulso elettromagnetico che "spegne" ogni oggetto tecnologico della città, seguito da un bombardamento a tappeto. Da lì parte una serie di missioni davvero ispirate, con personaggi che è un piacere odiare e altri ai quali è facile affezionarsi. Senza voler scendere troppo in spoiler è chiaro che Infinity Ward voleva chiudere parecchi dei capitoli lasciati aperti nei precedenti episodi, e molti personaggi noti raggiungono l'epilogo delle rispettive vicende. Quello che posso dire è che lo svolgimento è soddisfacente e ricco di momenti emozionanti; nei titoli di coda del gioco ho anche intravisto il logo di Raven Software, e mi sono detto che, in fondo, questo spiegava il livello qualitativo.
Price non è esattamente il mio protagonista preferito nella serie - sono legato maggiormente a Soap MacTavish, ma è questione di gusti, e vedere la sua tenacia e le azioni degne di John Wick che compie nei primi livelli rende comunque piacevole giocare nei suoi panni. In generale, però, ho trovato più interessante "interpretare" il soldato sudcoreano, trovando le sue missioni più soddisfacenti.
La campagna ha molti elementi positivi dalla sua parte. Il ritmo narrativo è ottimo, le armi appaiono soddisfacenti da usare ed è presente anche un lungo livello parzialmente open-world dove si può esplorare una regione nordcoreana alla ricerca di risorse e attaccando basi in cerca di equipaggiamento, dopo essere stati abbattuti dietro le linee nemiche. È una fase molto divertente e profonda che dona una libertà raramente vista all’interno dei titoli della serie.
Completata la suddetta missione si torna su binari più o meno prefissati, ma le situazioni restano sempre abbastanza varie, con scontri a fuoco sul campo di battaglia inframezzati da operazioni in stile forze speciali. Ad avermi lasciato perplesso, invece, sono state le armi; confermo che servirsene resta soddisfacente, tuttavia in un gioco chiamato "Modern Warfare" non mi aspetto di usare per ampie porzioni un Mosin-Nagant progettato nel 1891 (no, non è un errore di battitura). Insomma, buona parte dell'arsenale è composta da preistorici fucili russi e mitragliette risalenti alla seconda guerra mondiale. Ci sono anche armi più moderne, ma è la predominanza di reperti storici ad avermi lasciato confuso, almeno fino a quando non ho trovato un revolver calibro .357 magnum in un museo durante una delle ultime missioni.
Dato che possiedo la stessa pistola nella vita reale non ho saputo resistere alla tentazione di utilizzarla in gioco e, in brevissimo tempo, Daisuke Jigen si è impossessato di me compiendo una strage di nordcoreani. Infine, merita una menzione d’onore il personaggio interpretato da Mads Mikkelsen: l’attore danese ha dimostrato ancora una volta di gestire dei villain inquietanti e unici, in un modo che fino a qualche tempo fa avrei giudicato unicamente nelle corde di Jack Nicholson o Willem Dafoe. Peccato solo che la sua presenza su schermo sia piuttosto ridotta, ma questo rende in fondo ogni sua appa