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>>>ANSA/ La Cassazione, 'Saman uccisa dal clan perché voleva una vita diversa'
(di Tommaso Romanin)
Non un delitto d'impeto, ma un
piano di tutto il clan per eliminare Saman, una ragazza
pachistana che voleva vivere in Italia una vita diversa da
quella imposta dalla famiglia. Ma soprattutto, e forse questo il
passaggio più significativo della Cassazione, pensando ad altre
vicende simili in futuro, un omicidio che non può essere
giustificato in alcun modo da motivi culturali o religiosi.
La Corte di assise di appello di Bologna, ragionano i supremi
giudici in un passaggio delle 100 pagine di motivazione, "ha
congruamente e correttamente escluso" che "il contesto
socio-culturale-religioso del Paese di provenienza, in tesi
caratterizzato da peculiari stili di vita e da una particolare
concezione dell'onore familiare, costituisse fattore idoneo ad
attenuare il gravissimo disvalore etico-giuridico del motivo
ispiratore delle condotte delittuose, e ad elidere, sotto tale
profilo, il giudizio sulla abiezione delle ragioni dell'omicidio
e della successiva soppressione del cadavere".
La sentenza mette la parola fine all'iter giudiziario
sull'assassinio di Saman Abbas, 18enne scomparsa nella notte tra
il 30 aprile e il primo maggio 2021 da Novellara (Reggio Emilia)
e ritrovata sepolta sotto tre metri di terra nei dintorni di
casa, un anno e mezzo dopo. Sono definitive, dal 15 luglio, le
condanne all'ergastolo per i genitori della ragazza Shabbar
Abbas e Nazia Shaheen, che "accompagnò la figlia a morire", per
i cugini Ijaz Ikram e Noman Ul Haq e i 22 anni inflitti allo
zio, Danish Hasnain.
L'omicidio, affermano i giudici, "non fu il frutto di una
decisione maturata la notte del crimine, ma l'esecuzione di un
progetto criminoso elaborato in precedenza e condiviso
all'interno di tutto il nucleo familiare, senza che il tempo
trascorso fosse riuscito a fungere da adeguata controspinta".
Non si può quindi considerare un atto d'impeto, o comunque
estemporaneo, "come erroneamente ritenuto" in primo grado
(quando caddero le aggravanti e i cugini vennero assolti), ma
"una decisione premeditata per sanzionare il disonore arrecato
dalla ragazza, che intendeva vivere secondo canoni sociali
diversi da quelli di origine".
Ma la Suprema Corte afferma anche un altro principio: "I
diritti inviolabili, come la vita, non possono essere
sacrificati a tradizioni culturali o religiose antistoriche, né
l'adesione a stili di vita confessionali e di fede può
giustificare maltrattamenti, prevaricazioni o violenze di alcun
tipo, costituendo i menzionati diritti uno sbarramento
invalicabile che nessuna pretesa finalità educativa, ancorché di
matrice etico-religiosa, autorizza a disconoscere o a
comprimere".
E' inoltre la stessa sentenza della Corte di assise di
appello di Bologna, sottolinea ancora la Cassazione, a rimarcare
come il movente del reato "non trovi avallo neppure nel diritto
positivo del paese d'origine degli imputati, come evolutosi nel
tempo. L'ordinamento pakistano, infatti, sanziona penalmente il
delitto d'onore sin dal 2016". E le stesse comunità islamiche,
costituitesi parte civile, "hanno sottolineato come le condotte
incriminate in questo processo siano in insanabile contrasto con
i precetti della religiosa musulmana.
>>>ANSA/ La Cassazione, 'Saman uccisa dal clan perché voleva una vita diversa'
BOLOGNA,
06 novembre 2026, 19:51
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