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Toy Story 5 - La recensione
La maggior parte delle produzioni animate Disney e Pixar dell'ultimo decennio hanno una caratteristica in comune: ogni storia sembra quasi suggerirne uno sviluppo prossimo; a volte diventano una saga a sé (Gli Incredibili, Ralph Spaccatutto, Zootropolis), altre l'evoluzione è solo sognata (Raya e l'ultimo drago, Strange World, Jumpers – Un salto tra gli animali). Quella di Toy Story, invece, sembra vivere una vita artistica tutta sua, perché se il primo e il secondo capitolo potevano quasi suggerire un naturale prosieguo, dal terzo la composizione narrativa in seno al racconto appare talmente armonica, organica e unitaria, che è come se Disney avesse idealmente tracciato una linea ad ogni finale. Per dirla in parole più semplici: la saga di Toy Story sarebbe potuta finire tranquillamente con il terzo capitolo, così come con il quarto e perfino con quest'ultimo, il quinto.
Ma se Toy Story 3 e Toy Story 4 furono concepiti quasi nello stesso periodo in modo da – prima – chiudere il cerchio con Andy e – dopo – dare a Woody un'ultima avventura con cui riavvicinarsi alla "perduta" Bo Peep ed evolvere in consapevolezza come agente scenico, è con Toy Story 5 che le cose si fanno davvero interessanti, perché né Disney né Pixar sembravano intenzionate, in un primo momento, ad aggiungere un ulteriore tassello al già ricchissimo franchise. Piuttosto, l'idea era di proporre al pubblico idee originali, nuove o comunque dalle riletture accattivanti come Soul, Luca e Red; ma anche Lightyear, ovvero il "film sul film" che avrebbe potuto portare la saga verso terreni narrativi inesplorati fino a quel punto, mentre invece i magri risultati al botteghino hanno fatto precipitare l'idea nel dimenticatoio. Ecco, è proprio da qui che parte Toy Story 5: un ritorno al familiare ma con in più qualcosa di nuovo.
Passi falsi produttivi e unicità a parte, in realtà la saga di Toy Story oltre che franchise principe di Pixar (il primo lungometraggio, del 1995, fu anche l'esordio cinematografico della casa di produzione), è anche quella che meglio ha saputo evolversi in rapporto alla propria connotazione. Laddove, infatti, il conflitto dei primi due capitoli ruotava intorno alla rivalità tra Woody e Buzz e la reciproca scoperta ora del ruolo di giocattolo, ora dell'appartenenza al franchise di riferimento (e relativa importanza dello stesso, nella cultura popolare diegetica), è a partire dal terzo che Toy Story spicca davvero il volo espandendo i propri confini narrativi. Complice anche il doppio piano di racconto e il piglio più maturo di produzioni Disney/Pixar del calibro di WALL•E e Up, con annesse riflessioni tanto pungenti quanto emotive sul consumismo, sulla solitudine e sulle seconde occasioni della vita. In quest'ottica, Toy Story 3 ampliava il proprio raggio d'azione raccontando di crescita e cambiamento attraverso gli occhi di un giocattolo.
Uno spirito vitale che se nel film in questione vedeva la banda di Woody (Tom Hanks/Angelo Maggi) e Buzz (Tim Allen/Massimo Dapporto) subire passivamente quel cambiamento per via delle circostanze, con la conseguenza di accettarlo perché Andy non ha più bisogno di loro mentre invece la piccola Bonnie sì, in Toy Story 4 è azione attiva e propulsiva dello stesso cowboy, il quale capisce come a volte, nella vita, si può essere più smarriti e senza scopo appartenendo al proprio bambino (o, nell'universalità, a qualcuno) che non da randagi senza etichette. Toy Story 5, in termini strutturali, è un ritorno al passato con una nuova rivalità stavolta tutta al femminile, quella tra la sceriffa Jessie (Joan Cusack/Ilaria Stagni) e il dispositivo Lilypad (Greta Lee/Katia Follesa), ma non è soltanto per l'affetto di Bonnie che le due si danno battaglia.
Se nel caso di Woody e Buzz tra Toy Story e Toy Story 2, infatti, il conflitto ruotava intorno alle dinamiche di potere del piccolo mondo dei giocattoli sulla base della percezione – bidimensionale, ma fruttuosa di immagini e sviluppi – che Andy aveva del suo "preferito