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L’erbicida più usato potrebbe alterare il cervello delle api
Un gruppo della Virginia Tech ha rilevato che l’esposizione al glifosato può ridurre l’attività di foraggiamento delle api mellifere e modificare alcune sostanze chimiche presenti nel loro cervello. Lo studio, pubblicato sul Journal of Experimental Biology, indica che dopo tre giorni le api esposte hanno effettuato meno visite alle fonti di cibo. Una simile riduzione, se coinvolgesse gran parte dell’alveare, potrebbe diminuire le risorse raccolte e compromettere nel tempo la stabilità della colonia.
Il glifosato è il principio attivo di numerosi erbicidi impiegati nei campi agricoli, nei giardini e nelle aree residenziali. Agisce sulle piante bloccando un enzima coinvolto nella fotosintesi, assente nelle api. Per questa ragione è stato a lungo considerato poco pericoloso per questi insetti. L’assenza di mortalità immediata, tuttavia, non esclude possibili effetti subletali sul comportamento o sulla fisiologia.
Per verificare questa possibilità, i ricercatori hanno predisposto due mangiatoie artificiali: una contenente glifosato e una priva dell’erbicida. Le api sono state addestrate a raggiungerle, mentre il gruppo ne ha monitorato l’attività per diversi giorni. Questo protocollo ha permesso di confrontare gli animali esposti con quelli non esposti senza attribuire automaticamente al composto ogni variazione osservata nell’ambiente.
Dopo tre giorni, l’attività di foraggiamento delle api entrate in contatto con l’erbicida era diminuita del 13%. Le analisi hanno inoltre individuato variazioni negli amminoacidi e nei neurotrasmettitori del cervello che non sono state riscontrate nel gruppo di controllo. Secondo gli autori, questi cambiamenti potrebbero alterare l’equilibrio neurochimico che sostiene il comportamento normale e contribuire alla minore efficienza nella ricerca del cibo. Lo studio non dimostra però un danno anatomico permanente al cervello.
Una riduzione del 13% può apparire contenuta nel singolo animale, ma assumere dimensioni differenti se estesa alle migliaia di operaie di un alveare. Un numero inferiore di viaggi comporterebbe potenzialmente meno nettare e polline, una produzione di miele più bassa e una minore impollinazione delle piante circostanti. Si tratta di conseguenze ipotizzate dagli autori per la stabilità della colonia, non di effetti misurati direttamente sul campo.
Il risultato deve quindi essere interpretato entro i confini dell’esperimento. Le mangiatoie controllate non riproducono tutte le variabili delle condizioni reali, nelle quali concentrazione, durata dell’esposizione, disponibilità di altri alimenti e formulazione commerciale dell’erbicida possono cambiare. La ricerca non prova che il glifosato provochi da solo il declino degli alveari, fenomeno influenzato da parassiti, malattie, clima, nutrizione e altre sostanze chimiche.
Gli autori chiedono ulteriori studi per stabilire come i prodotti a base di glifosato interagiscano con la biologia delle api e se gli effetti osservati persistano in colonie complete. I dati potrebbero contribuire a definire modalità e periodi di applicazione più prudenti nelle aree frequentate dagli impollinatori, riducendo il contatto durante la raccolta di nettare e polline senza anticipare conclusioni che richiedono ancora verifiche sul campo.
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