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Disclosure Day – La recensione
La parola "testamento" fa un po’ paura, perché ci ricorda che quell’eterno bambino di Steven Spielberg ha già compiuto ottant’anni e quindi, probabilmente, si sta confrontando pure lui con i fantasmi della morte; di certo, ha modellato Disclosure Day - dopo averlo coltivato per decenni - come una retrospettiva quasi "dickensiana" su tutti i temi cardine della propria poetica: la ricerca di una purezza infantile, il bisogno di stabilire un legame empatico attraverso le immagini e la fede quasi cieca verso l'altro. Tuttavia, invece di guardare avanti (o all’aldilà), qui l’autore de Lo squalo ha volto principalmente lo sguardo indietro, inseguendo la passione per gli alieni degli esordi ma soprattutto l’ingenuità, lo stupore e il senso di meraviglia assenti da alcuni dei suoi lavori più recenti, in una celebrazione accorata della settima arte come mezzo rivelatore dell’essere umano.
Non è un caso se l’intero arco drammatico del nuovo film prenda forma durante la costruzione di un set, in cui i ricordi della protagonista possono riattivarsi solo sotto la direzione di un demiurgo-regista. Questa impalcatura metalinguistica recupera tuttavia i toni fin troppo retorici e buonisti di A.I. – Intelligenza artificiale, in cui la messinscena sognante di un "altrove" popolato dagli extraterrestri nascondeva un discorso sul cinema molto appassionato ma poco coinvolgente.
Del testamento, Disclosure Day ha pure l’urgenza di tramandare senza compromessi la propria visione, anteponendo la chiarezza del messaggio alla pulizia del discorso; non perché il film risulti poco curato dal punto di vista registico - anzi, l’autore di ET – L’extraterrestre sa ancora dispensare momenti di classe pura quando la sceneggiatura lo asseconda – bensì per l’eccesso di dialoghi iper-didascalici cui ha affidato troppe elucubrazioni pseudo-filosofiche dopo un incipit tiratissimo che, paradossalmente, soffre del problema opposto: per oltre mezz’ora non capiamo dove ci troviamo, in quale epoca si collochi il racconto e cosa diavolo stiano combinando i personaggi.
Non appena Spielberg apparecchia tutte le portate, però, l’intreccio si semplifica eccessivamente, la tensione scende, le situazioni iniziano a ripetersi e arriva il solito susseguirsi di inseguimenti privi di emozioni, inframezzati da una serie interminabile di spiegazioni. L’assenza di ritmo rappresenta il primo grande limite di una sceneggiatura pasticciata e costruita per accumulo, dove stavolta gli alieni non sono né buoni né cattivi ma incarnano un’allegoria abbastanza risaputa della nostra incapacità di credere, di meravigliarci o di guardare le cose più a fondo, oltre le sovrastimolazioni del presente. Siamo ancora dalle parti di X-Files, insomma, ma con vent’anni di ritardo.
La scarsa verosimiglianza del racconto, una certa tipizzazione dei protagonisti - un’aspirante suora ormai priva di fede, l’hacker gentile dai sani principi etici, l’agente governativo senza scrupoli, la conduttrice svampita piena di umanità - e l’inconsistenza del dilemma morale (davvero, nel 2026, qualcuno ritiene sacrilego parlare di extraterrestri?) negano la sospensione dell’incredulità, perché a Disclosure Day manca proprio quel tocco di magia in grado di sfidare la ragione. Invece, il film insegue una sua logica, spiega, mostra, dimostra le proprie istanze, cerca di decodificare il reale, evoca complotti, prova a squarciare il velo di Maya.
Persino la regia di Spielberg eccede in una serie di virtuosismi che impedisce di "entrare" veramente nel cuore dei personaggi, di sentirci parte di un tutto attraverso una visione collettiva. Parliamo del nucleo concettuale di quest’opera, incarnato dal misterioso congegno alieno capace di guardare dentro le persone o addirittura di manipolarle, se cade in mani sbagliate. Si tratta di un’allegoria del cinema molto concettuale ma stranamente povera di emozioni, dove il ritmo altalenante del montaggio, il registro inautentico della recitazione, il tono sospeso della sceneggiatura e