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EA Sports UFC 6 - La recensione
Ci sono notizie che ti costringono a controllare tre volte la data o chi le ha scritte, perché il cervello si rifiuta di accettare che siano reali e le archivia automaticamente nella cartella delle fake news. Tipo questa: Donald Trump ha festeggiato il suo ottantesimo compleanno organizzando l'UFC Freedom 250 alla Casa Bianca insieme a Dana White. Non una cena di gala, non un evento istituzionale: una fight card sul prato più famoso d’America. Se qualcuno avesse inserito questo scenario in una partita di Civilization VII, probabilmente sarebbe stato accusato di aver esagerato con gli eventi casuali; troppo assurdo per essere credibile, troppo teatrale per non sembrare un bug. E invece, eccoci qui: nell’America del 2026, dove lo sport entra nello Studio Ovale passando dall’ottagono, a questo punto manca solo una cosa: la modalità Casa Bianca nel nuovo UFC 6 targato EA Sports.
A tre anni dal quinto capitolo, EA Vancouver torna con il solito slogan: questo è "il capitolo più ambizioso di sempre". Una frase che nei giochi sportivi vale più o meno quanto il trash talking prima di un title fight: spettacolare da ascoltare, tutta da verificare quando si chiude la gabbia. Questa volta, però, il marketing non mente del tutto: UFC 6 non è il salto generazionale che la serie continua a rincorrere, ma qualcosa di più raro: il miglior capitolo che EA Vancouver abbia mai consegnato, costruito su miglioramenti concreti invece che su promesse. Non vince per KO. Ma vince.
Diciamolo subito: se avete passato decine di ore su UFC 5, il nuovo capitolo non vi sorprenderà, e questo è esattamente il punto; è lo stesso combattente che conoscete: stessa identità, stessi punti di forza ma con una preparazione impeccabile alle spalle e qualche colpo in più nel repertorio. Non una trasformazione radicale, ma un upgrade fatto come si deve; EA Vancouver ha evitato la tentazione più pericolosa dei giochi sportivi, quella di buttare tutto all’aria in nome dell’innovazione. Ha preferito una strada molto meno appariscente e decisamente più difficile, prendendo una formula già solida per rifinirla, ripulirla e correggerne i difetti senza smontarne le fondamenta; e la differenza si sente subito, soprattutto dentro l'ottagono.
Per la prima volta nella serie, un diretto pulito o un calcio piazzato con cattiveria chirurgica non si limita a ridurre una barra vita, ma lo senti davvero, lo riconosci dall’impatto, dal modo in cui il corpo dell’avversario si incrina per un istante e sembra riconsiderare, in tempo reale, l’intera traiettoria che lo ha portato fin lì. Gli scambi in piedi sono il vero titolo mondiale di UFC 6; i movimenti degli atleti sono più fluidi, più reattivi e più credibili, con oltre un centinaio di nuove strike e signature movement aggiunte a rinforzare la varietà del repertorio. Il roster supera i centocinquanta combattenti al day one, divisi tra uomini e donne e distribuiti su undici categorie di peso, con aggiornamenti mensili destinati ad ampliarlo nel tempo. Sulla carta è un numero solido, di quelli che fanno impressione al primo sguardo; nella pratica, però, qualche vuoto si nota subito: Brock Lesnar, Cain Velasquez, Junior dos Santos e Rampage Jackson sono i primi nomi che vengono in mente quando pensi a ciò che manca davvero.
Il sistema continua a premiare esattamente ciò che premia anche la MMA reale: prendere la decisione giusta mezzo secondo prima dell’avversario. Gestione della distanza, scelta dei tempi, alternanza tra colpi singoli e combinazioni, risposta immediata a blocchi, schivate e contrattacchi, tutto funziona insieme come un meccanismo, finalmente, con ogni errore che restituisce una conseguenza leggibile. Il merito va al Markerless Motion Capture e al Real-Time Contact System, un nome che sembra uscito da una slide PowerPoint presentata dai cervelloni del marketing di EA; per una volta, però, non vende fumo: ogni schivata, ogni jab, ogni contrattacco sembra guidato dalla fisica prima che dall'animazione. Il risultato è que