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I creativi non devono temere l'IA, dice una società di IA per creativi
Figma ha pubblicato una ricerca su 1.199 professionisti del design, dello sviluppo e del marketing, e il CEO Dylan Field ha offerto un'interpretazione tecnica dei risultati: i modelli di intelligenza artificiale generativa producono design "medi" perché sono addestrati sulla distribuzione statistica dei dati esistenti, mentre i creativi umani operano ai margini di quella distribuzione, dove l'originale si separa dal riconoscibile.
La posizione è tecnicamente solida, almeno nel quadro attuale dei modelli generativi. Ma chi la esprime è il CEO di una società che fattura miliardi vendendo strumenti AI ai professionisti creativi. Questo non rende la tesi falsa, ma impone di leggerla con lo stesso scetticismo che si riserverebbe a un produttore di sigarette che pubblica ricerche sul fumo moderato.
L'argomento di Field ha una struttura precisa: i modelli generativi imparano da corpus enormi di dati visivi, testuali e progettuali. Il risultato è un sistema calibrato sulla tendenza centrale di quella distribuzione — produce ciò che assomiglia alla media ponderata di tutto il design esistente. È competente, coerente, veloce. Ma è strutturalmente incapace di produrre ciò che non è mai stato visto, perché non ha un "esterno" da cui attingere. Il creativo umano, invece, opera esattamente in quello spazio: prende influenze da ambiti non contigui, sintetizza in modo non lineare, produce output che la distribuzione di addestramento non conteneva.
Questa distinzione — centro versus bordo — è il cuore della tesi di Field. Non è una rassicurazione generica del tipo "l'AI non ruberà i vostri lavori": è un'affermazione tecnica sulle limitazioni architetturali dei sistemi attuali. I modelli generativi eccellono nella variazione su tema noto. Faticano, strutturalmente, sulla discontinuità creativa.
Vale però la pena guardare da vicino cosa la survey misura — e cosa non misura. I 1.199 professionisti sono stati reclutati tra la base utenti e il network di Figma: un campione funzionale per raccogliere dati sull'adozione degli strumenti AI nel lavoro quotidiano, ma non un campione neutro per valutare l'impatto occupazionale del settore nel suo complesso. Chi risponde a una survey di Figma usa già Figma, e per definizione ha già integrato una piattaforma di design digitale nel proprio flusso di lavoro. Il professionista che ha già perso lavoro a causa dell'automazione generativa — o che ha abbandonato il settore — non è rappresentato. La survey fotografa i sopravvissuti attivi, non l'universo dei creativi.
I dati sembrano supportare la lettura operativa di Field: circa il 60% dei professionisti intervistati dichiara di dedicare più tempo ad attività ad alto valore grazie all'AI, e il 70% si dichiara più produttivo. Le attività di routine — iterazioni, declinazioni, varianti di format — vengono delegate ai sistemi generativi. La direzione creativa, la scelta dell'angolo inatteso, la decisione su cosa non seguire nella tendenza restano, per ora, territorio umano.
Il quadro che emerge non è di sostituzione ma di stratificazione funzionale: l'AI assorbe il livello d'esecuzione ripetibile, i professionisti salgono al livello decisionale e concettuale. È un pattern già visto in altri settori creativi, e vale la pena ripercorrerlo.
Quando la fotografia digitale ha democratizzato la produzione di immagini, il lavoro del fotografo professionista non è scomparso — si è concentrato. Le commissioni di routine sono crollate di prezzo o sono state assorbite dagli stessi committenti con fotocamere consumer. Il lavoro residuo era di qualità superiore: direzione artistica, reportage, ritrattistica di alto livello. Il numero complessivo di fotografi professionisti, però, si è ridotto. Non azzerato, ridotto.
Lo stesso schema ha attraversato l'illustrazione vettoriale negli anni Novanta, quando Adobe Illustrator e poi i primi software di clipart commerciale hanno reso disponibili immagini di qualità accettabile a chiunque avesse un PC. Gli illustratori che operava