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Hokum - La recensione
Il cinema horror vive oggi una trasformazione culturale da genere a linguaggio, e si contamina con registri diversi (il dramma, la commedia sentimentale, i gangster movie, persino il musical) assumendo in queste operazioni una valenza principalmente simbolica: smette di essere il fine ultimo del congegno narrativo e fornisce a un'opera come Hereditary, per esempio, lo spartito con cui raffigurare il dolore terrificante del lutto; in The Witch, invece, l'orrore si traduce nella perdita di controllo che scaturisce dalla repressione della sessualità, mentre Scappa - Get Out e I peccatori ne fanno una trasfigurazione del razzismo nascosto dietro il fascino discreto della borghesia.
Accanto a queste "mutazioni" sopravvivono film orgogliosamente di genere che insistono su una nicchia consolidata di spettatori e interpellano una serie di aspettative ben più codificate, per sperimentare col linguaggio della paura rimanendo però nel selciato della tradizione: The Visit, la saga di The Conjuring o i vari Insidious rientrano in un filone dove l'horror si alimenta di contributi meno autoriali ma capaci di evolvere una narrazione collettiva fatta di sguardi, stili e sensibilità diverse a confronto. Come se non inseguissero un valore assoluto di per sé, né cercassero necessariamente un significato autonomo, bensì lo costruissero soprattutto in rapporto alle altre opere.
Hokum insegue l’ambizione di percorrere entrambe le strade già a partire dalla premessa narrativa, che ricicla il motivo dello scrittore tormentato visto in tante opere di Stephen King, e relative trasposizioni cinematografiche, materializzandone i fantasmi, i debiti col passato o il bisogno di una catarsi attraverso il processo creativo. Dietro le pieghe di quest’idea abbastanza risaputa, il film nasconde però una metafora metalinguistica sul senso di colpa verso le donne, cui l’industria cinematografica oggi non può sottrarsi; trattandosi di un horror, il tema viene declinato nella maniera più truce possibile, cioè attraverso quattro femminicidi compiuti da altrettanti personaggi. Come se il protagonista volesse confrontare la gravità del proprio gesto con quello di altri presunti criminali usciti dalla sua penna prima di autoassolversi definitivamente.
Adam Scott è uno scrittore reduce da un trauma infantile - c’entrano la morte della madre e la successiva depressione del padre - che lui prova ad esorcizzare concludendo il proprio romanzo (inscenato in modo un po’ banale durante il prologo) nell’hotel irlandese dove i genitori avevano trascorso la loro luna di miele. Lì, si confronta letteralmente con i fantasmi del passato e col dubbio etico seminato dal suo stesso manoscritto, mantenendo però, per quasi tutta la durata della narrazione, un cinismo esasperante.
Così, anche quando si addolcisce un po’, l’empatia verso di lui non scatta mai veramente e la sceneggiatura paga questa scelta di rigore con un livello di coinvolgimento piuttosto basso, cui Damian McCarthy prova a opporre una serie interminabile di jump scare tanto telefonati quanto innocui. Hokum lavora per accumulo anche a livello di registri narrativi, mescolando folclore popolare, lost tape, splatter, videogiochi ed escape room senza tuttavia approfondire veramente alcun filone.
La strega, per esempio, costituisce un mero espediente al servizio di qualche jump scare estemporaneo, ma l'autore non si preoccupa mai di costruirle attorno una vera mitologia; analogamente, le leggende irlandesi cui si ispira la mitologia interna del film vanno poco oltre la semplice nota di colore. I momenti migliori, quindi, rimangono quelli costruiti sul canovaccio della "escape room", dove però il senso di minaccia resta perlopiù inespresso: Hokum esaspera, infatti, la componente psicologica dei personaggi a scapito dell’elemento sovrannaturale - un equilibrio perfettamente mantenuto, invece, da un film come Shining - alleggerendo inevitabilmente la tensione quando il protagonista deve fronteggiare i propri demoni.
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