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Tengono viva la pelle umana per un mese, così l'AI trova le molecole giuste
Outer Biosciences tiene in vita frammenti di pelle umana donata per circa trenta giorni, ci mette alla prova dei composti chimici e usa quello che succede per addestrare un modello predittivo. La società è nata nel 2022, ha lavorato in silenzio fino a pochi giorni fa e dichiara circa 23 milioni di dollari raccolti con diciannove dipendenti, fra un laboratorio vicino a Cambridge, in Massachusetts, e una sede in California. I numeri li ha raccontati l'azienda stessa nel giorno in cui è uscita allo scoperto, e nessuno li ha controllati dall'esterno.
Il tessuto arriva da scarti chirurgici, in gran parte di chirurgia plastica, attraverso il National Disease Research Interchange e la Cooperative Human Tissue Network. Il percorso prevede la supervisione di un comitato etico, il consenso documentato del donatore e la rimozione degli identificatori, ed è la parte più solida dell'intera storia. Tutto il resto, dalla conservazione fino al modello, poggia su dichiarazioni dell'azienda e su niente altro.
Il mercato dichiarato sono gli ingredienti cosmetici, un settore dove la barriera regolatoria è alta e i tempi di sviluppo sono lunghi. Due dei cofondatori arrivano da Emulate, una delle società di riferimento dei sistemi organ-on-chip, e quel pedigree tecnico è l'unico elemento davvero confermato dall'esterno. Nel consiglio di amministrazione siede anche Stefani Germanotta, in qualità di membro e non di fondatrice.
La pelle umana viva si compra da anni. La francese Genoskin ne vende a più di cinquecento clienti, con un formato che tiene il campione vitale fino a dieci giorni. Il passaggio da 10 a 30 giorni è un miglioramento di grado su una tecnica già in commercio.
Le alternative già riconosciute dai regolatori appartengono a un'altra famiglia. Le epidermidi umane ricostruite citate nelle linee guida OECD, da EpiSkin a EpiDerm, sono tessuti coltivati in laboratorio senza sistema immunitario e senza variabilità del donatore. La pelle donata porta con sé entrambe le cose, e questo è il vantaggio tecnico che l'azienda rivendica.
Vivodyne ha raccolto circa 80 milioni di dollari su tessuti umani coltivati in laboratorio, e decine di società organ-on-chip presidiano lo stesso mercato preclinico. Chi arriva oggi con 23 milioni entra in un campo affollato, dove il tessuto è la parte facile e i dati sono la parte cara.
Il metodo di partenza era una ricerca a forza bruta sulla letteratura scientifica, lo stesso terreno su cui l'AI accelera le simulazioni per i nuovi farmaci, e produceva un paio di candidati in circa diciotto mesi. Con il ciclo chiuso fra predizione, prova sul tessuto e ri-addestramento, l'azienda dichiara un candidato ogni sei settimane. Sarebbe un salto di un ordine di grandezza, riferito da chi lo vende e da nessun altro.
Il meccanismo, quando funziona, ha una sua eleganza. Il modello propone molecole mai provate, il laboratorio le mette sulla pelle vera, il risultato rientra come dato di addestramento, e ogni giro restringe lo spazio di ricerca. Chi possiede quel ciclo possiede anche l'unica cosa che non si riesce a copiare, cioè la misura di cosa succede davvero quando una molecola tocca un tessuto umano.
In lavorazione ci sono sei candidati principali e alcune decine di riscontri preliminari, secondo la società. L'ambizione somiglia a quella di chi prova a prevedere risposte biologiche prima di osservarle, e l'azienda si aspetta che quattro dei sei arrivino sul mercato tramite licenza. Sono aspettative: nessun composto ha superato una validazione clinica e nessun prodotto è in vendita.
La domanda per questa tecnologia l'ha costruita una norma. Il regolamento europeo sui cosmetici vieta i test su animali per i prodotti finiti dal 2004 e per gli ingredienti dal 2009, e dal marzo 2013 impedisce anche di commercializzare prodotti testati sugli animali. Chi formula un ingrediente per l'Europa deve dimostrare la sicurezza senza animali, e da lì nasce la fame di metodi alternativi.