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1 azienda su 20 vieta l'AI ai dipendenti, ma quasi nessuna ha davvero deciso come usarla
Un sondaggio trimestrale di SurveyMonkey, condotto a luglio 2026 su 1.686 tra lavoratori e studenti negli Stati Uniti, mette in luce un paradosso che vale la pena guardare da vicino. Il 55% dei rispondenti dichiara che la propria azienda non ha alcuna policy ufficiale sull'uso dell'intelligenza artificiale. Il sondaggio lo conferma: un vuoto normativo che copre più della metà del campione, senza un divieto esplicito né un obbligo dichiarato.
Tra chi una regola ce l'ha, il quadro si fa ancora più interessante. Il 34% ha un uso facoltativo o da segnalare, il 6% lo rende obbligatorio, appena il 5% lo vieta del tutto. Le due posizioni nette, obbligo e divieto, restano marginali: la stragrande maggioranza delle aziende non ha scelto da che parte stare.
Quel 34% di uso facoltativo o da segnalare merita una lettura separata dal resto. Nella pratica funziona spesso come una clausola generica infilata nel regolamento interno, che rimanda la responsabilità della singola scelta al buon senso del dipendente.
La distanza tra "facoltativo" e "nessuna regola" resta sottile: entrambe le situazioni lasciano il giudizio operativo a chi usa lo strumento ogni giorno, senza criteri concreti su cosa si possa condividere con un modello e cosa no. Le guide più recenti provano a colmare proprio questo spazio, indicando quando fidarsi dei risultati e quando invece verificarli a mano.
Mentre le direzioni aziendali restano in silenzio, sul campo l'adozione procede da sola. Tra il 29 e il 30% dei rispondenti usa l'AI ogni giorno per lavoro, il 34% occasionalmente, il 37% mai. Tra chi la usa quotidianamente, il 68% dichiara di risparmiare tempo, percentuale che sale all'84% tra i cosiddetti power user.
Il salto tra il 68% e l'84% racconta una curva di apprendimento che nessuna policy sta accompagnando. Chi usa l'AI a lungo scopre da solo quali compiti delegare e quali no, per tentativi ed errori mai raccolti in una procedura condivisa. Ne nasce un sapere pratico distribuito, utile al singolo ma invisibile all'organizzazione che dovrebbe capitalizzarlo.
Il gruppo più numeroso, va detto, resta comunque quello di chi non ha ancora integrato l'AI nella routine di lavoro: il 37% che non la usa mai, sommato al 34% che la usa di tanto in tanto, disegna una maggioranza per cui la questione delle regole resta ancora teorica. Sono loro il pubblico prioritario a cui una policy scritta oggi dovrebbe rivolgersi, prima che l'uso quotidiano trasformi la regola in una semplice fotografia del comportamento già acquisito.
Chi decide e chi lavora restano su due binari diversi, sempre con lo stesso schema: la policy arriva dopo l'abitudine, mai prima. Quando la regola si scrive, il comportamento da normare esiste già da mesi, sedimentato in centinaia di prompt quotidiani che nessuno ha mai controllato.
I dati sulla percezione del proprio posto di lavoro raccontano una frattura interna all'uso stesso dello strumento. Tra gli utenti quotidiani, il 27% si sente più sicuro rispetto a un anno fa, il 22% meno sicuro: un equilibrio fragile ma a favore dell'ottimismo. Tra gli utenti settimanali il rapporto si ribalta, con appena il 10% che si sente più sicuro contro il 25% che si sente meno sicuro.
Il quadro trova conferma anche in una lettura indipendente dello stesso sondaggio: solo chi usa l'AI ogni giorno esprime un giudizio positivo sul proprio mercato del lavoro nel suo complesso, mentre chi la usa meno spesso resta più cauto.