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In Italia un tecnico AI su due resta introvabile, e le PMI continuano a cercare
Su 621.180 posizioni digitali cercate dalle imprese nel 2025, una su due non trova candidati disponibili. Il dato arriva da un'elaborazione sui flussi Excelsior di Unioncamere e ANPAL, riferita alle previsioni di entrata per l'anno. Il Centro Studi Confartigianato stima che oltre 316.000 tecnici digitali avanzati richiesti dalle imprese, il 50,8% del totale, risultino oggi di difficile reperimento.
Ogni due posti aperti per tecnici capaci di lavorare con l'AI, uno resta scoperto per mesi o viene coperto ripiegando su profili meno qualificati per la carenza di competenze specialistiche. Le imprese che assumono raccontano selezioni più lunghe e stipendi in salita per gli stessi ruoli rispetto a due anni fa.
Nello stesso periodo l'Istat certifica un salto nell'adozione dell'intelligenza artificiale tra le piccole imprese in Italia, dal 7,7% del 2024 al 15,7% del 2025, un incremento del 104%. Il numero fa impressione, ma resta sotto la media UE del 20%. Tra le imprese con almeno 10 addetti la crescita è dall'8,2% al 16,4%, comunque distante dal traguardo comunitario.
Comprare un software di intelligenza artificiale è ormai alla portata di quasi chiunque abbia un conto corrente aziendale e un fornitore disponibile. Farlo funzionare, integrarlo nei processi, mantenerlo aggiornato e sicuro richiede competenze che il mercato del lavoro italiano non produce abbastanza in fretta. Il salto dal 7,7% al 15,7% racconta l'acquisto, non l'uso quotidiano dello strumento.
In Italia le piccole imprese investono in AI meno dei concorrenti europei, e quando lo fanno indicano un problema preciso. Il 58,6% cita la carenza di personale qualificato come primo ostacolo all'adozione, davanti alla normativa poco chiara (47,3%), alla scarsa qualità dei dati (45,2%) e al timore per la privacy (43,2%). La gerarchia dei problemi conta più della somma: le aziende segnalano la carenza di personale come freno più pesante dei costi dell'AI.
La carenza di competenze batte anche l'incertezza normativa, il tema su cui si concentra gran parte del dibattito pubblico sull'AI Act e sulla governance europea. Messe di fronte a una scelta pratica, le imprese indicano come primo freno l'assenza delle persone capaci di applicare le regole e farle rispettare dentro i processi aziendali.
La geografia del problema segue la mappa industriale del paese. La Lombardia guida per posizioni introvabili, 60.960 su 121.440 richieste, seguita da Campania (31.130 su 66.950) e Lazio (30.780 su 66.760). Sono le regioni con più imprese, quindi anche quelle dove la domanda di tecnici digitali cresce più in fretta della disponibilità.
In Lombardia manca personale per metà esatta delle posizioni digitali aperte, mentre in Campania e Lazio la quota supera il 46%, coerente con la maggiore densità industriale di queste regioni. Le imprese di queste tre regioni insieme rappresentano quasi un terzo del fabbisogno nazionale di tecnici introvabili.
Lo squilibrio esisteva prima che l'AI diventasse un tema quotidiano nei consigli di amministrazione delle PMI. Nel 2025 il 78% degli annunci di lavoro IT chiedeva già competenze legate all'intelligenza artificiale, un dato che precede di mesi le rilevazioni Istat e Confartigianato appena diffuse. Le aziende avevano cambiato i requisiti delle assunzioni prima che l'adozione decollasse, e il mercato del lavoro aveva già segnalato dove sarebbe finita la pressione.
In Italia mancano competenze digitali e STEM da anni, un divario strutturale documentato più volte e mai colmato dal numero di laureati e diplomati tecnici in uscita ogni anno. L'intelligenza artificiale ha reso visibile una carenza che esisteva già, ignorata finché poteva permetterselo chi assumeva.