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Il culto del "Loot" e il game design da casinò
Un raggio di luce dorata (spero arancione scuro) fende l'oscurità di un bel baule. Non serve nemmeno leggere il nome dell'oggetto appena comparso a schermo: prima ancora che l'interfaccia utente elabori i dati del bottino, il nostro cervello ha già processato l'informazione essenziale. È un oggetto leggendario; un drop raro. È la dose di dopamina istantanea che eravamo venuti a cercare.
Nel giro di un centesimo di secondo, le nostre pupille si dilatano, la frequenza cardiaca subisce un impercettibile sbalzo e una vampata di appagamento chimico inonda il sistema nervoso. Non importa se l'arma appena ottenuta sia l'ennesimo spadone con un incremento marginale dello 0,5% alla probabilità di colpo critico; ciò che conta davvero è che la sequenza audio-visiva dell'apertura del forziere ha attivato esattamente gli stessi recettori neurologici che si accendono quando una slot machine a Las Vegas allinea tre simboli identici. Come so tutte queste cose? Beh... anni e anni di gioie e sofferenze giocando a Diablo 2.
A ogni modo, negli ultimi decenni, sotto la spinta imperiosa di modelli commerciali sempre più aggressivi e di un game design ossessionato dalle metriche di ritenzione del pubblico, la progressione nei giochi di ruolo ha subito una mutazione.
L'evoluzione del protagonista, un tempo legata al superamento di sfide prettamente narrative, all'esplorazione geografica o alla maestria nel sistema di combattimento, è stata metodicamente infettata dalle logiche del gioco d'azzardo. Come vi chiederete? Ci siamo assuefatti a una grammatica della ricompensa progettata negli studi di sviluppo per trasformare il videogiocatore da esploratore consapevole a soggetto sperimentale.
Dal bianco al verde, dal blu al viola, fino ad approdare all'arancione brillante o all'oro scintillante. Quella che originariamente era una comoda intuizione di design introdotta da titoli storici come Diablo e resa universale da World of Warcraft per catalogare la rarità degli equipaggiamenti si è trasformata in un codice di condizionamento cromatico globale.
Oggi, qualsiasi videogioco affetto da meccaniche di progressione ruolistica (che si tratti di un RPG classico, di un looter shooter, di un titolo d'azione a mondo aperto o persino di un gioco sportivo) parla lo stesso identico linguaggio visivo. Il colore non è più una scelta estetica, ma una gerarchia emotiva pre-impostata.
Il nostro cervello è stato addestrato a ignorare il bianco e il grigio come spazzatura, a considerare il verde e il blu come un banale mezzo di sostentamento temporaneo, a sussultare davanti alla comparsa del viola e ad andare in fibrillazione di fronte all'oro. Questo meccanismo scavalca la valutazione razionale del contenuto.
Non valutiamo l'oggetto per ciò che fa all'interno del gameplay, ma per la categoria cromatico-emotiva a cui appartiene. Il colore diventa un gancio visivo rapido che prepara il terreno all'iniezione di dopamina, creando un'attesa neurochimica prima ancora che il giocatore abbia compreso la reale utilità ludica di ciò che ha trovato.
Se il colore è il codice visivo, la messa in scena dell'apertura di un forziere o della caduta di un bottino ne rappresenta il rito sacro. Il mercato del videogioco contemporaneo ha arruolato psicologi del comportamento ed esperti di sound design per perfezionare la micro-spettacolarizzazione della ricompensa, attingendo direttamente dai brevetti e dai saggi di ingegneria acustica che regolano la produzione delle slot machine nei casinò di tutto il mondo.
Niente in quel momento è lasciato al caso. Il suono di uno scrigno che si apre non è quasi mai il verso naturale di un cardine in legno o di una serratura in ferro; è una composizione multistrato studiata al millimetro. Vi è una frequenza acuta iniziale per catturare l'attenzione, un crepitio sonoro che simula l'attesa del premio e una frequenza di basso profonda e calda che restituisce un senso di appagamento corporeo quando il bottino viene finalmente rivelato.