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Quasi uno smartphone su cinque è fatto in India
L’India assembla ormai circa il 18% della produzione globale di smartphone, affermandosi come uno dei principali poli alternativi alla Cina. Per i produttori internazionali, il Paese non rappresenta più soltanto una sede di riserva: offre capacità industriale, incentivi pubblici e accesso a una filiera elettronica in rapida espansione.
Le stime relative al 2025 attribuivano complessivamente a Cina, India e Vietnam oltre il 90% degli smartphone prodotti nel mondo. Pechino rimane nettamente al comando, con una quota vicina al 63%, ma la strategia China plus one sta distribuendo una parte crescente degli ordini tra stabilimenti situati in altri mercati asiatici.
La spinta indiana è sostenuta anche dal Mobile Phone Manufacturing Scheme, un programma da 62.500 crore di rupie approvato per gli esercizi fiscali compresi tra il 2026-27 e il 2030-31. Il piano prevede incentivi dal 2,25% al 5% sulle vendite ammissibili e ulteriori agevolazioni per l’approvvigionamento locale dei componenti.
In meno di un decennio, la produzione nazionale è cresciuta venti volte, mentre le esportazioni di telefoni sono aumentate di oltre cento volte. Anche il mercato interno ha mantenuto un andamento positivo, con spedizioni cresciute del 7% su base annua nel secondo trimestre del 2025 e del 5% nel trimestre successivo, sostenute soprattutto dai dispositivi premium. Una filiera più flessibile può servire cataloghi fortemente segmentati, come mostra il confronto tra gli smartphone Xiaomi disponibili sul mercato.
Tra i protagonisti della riconfigurazione c’è Apple, che assembla nel Paese quasi un iPhone su quattro. L’India è inoltre diventata la principale origine degli smartphone importati negli Stati Uniti. Parallelamente, la produzione dei Google Pixel viene progressivamente spostata verso gli impianti indiani, con l’obiettivo di interrompere entro il 2027 la fabbricazione in Cina di alcuni dispositivi.
La diversificazione riduce l’esposizione alle interruzioni concentrate in un singolo Paese, ma rende più complessa la gestione operativa. Stabilimenti diversi possono dipendere da fornitori secondari, procedure doganali e rotte logistiche differenti: servono quindi una migliore mappatura dei fornitori, controlli di qualità uniformi e una pianificazione più accurata delle scorte.
Il passaggio decisivo sarà aumentare il valore prodotto localmente, superando il semplice assemblaggio finale. Componenti, collaudi, imballaggi, riparazioni e servizi post-vendita possono ampliare l’ecosistema industriale, mentre una manifattura distribuita offre ai marchi maggiore resilienza senza eliminare la dipendenza asiatica per i componenti più specializzati.
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