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Dove vivono i ricordi? Un esperimento sui topi offre nuovi indizi
Il neuroscienziato Steve Ramirez, professore associato presso il Boston University Center for Memory and Brain, ha ricostruito di recente gli esperimenti con cui il suo gruppo ha cercato una base fisica dei ricordi. Il lavoro mostra che, almeno nei topi, è possibile identificare le cellule attive durante la formazione di un ricordo pauroso e riattivarle successivamente, anche quando l’animale si trova in un ambiente sicuro.
Gli esperimenti iniziali prevedevano di introdurre una proteina capace di contrassegnare le cellule dell’ippocampo attive mentre si formava il ricordo. L’ippocampo è una regione cerebrale coinvolta nell’apprendimento e nella memoria. Una volta marcati, questi neuroni della memoria potevano essere stimolati nuovamente, permettendo ai ricercatori di verificare se la loro riattivazione fosse sufficiente a richiamare il comportamento associato alla paura.
I primi quattro topi non mostrarono la reazione prevista. Il quinto, invece, manifestò una netta risposta di congelamento, rimanendo immobile nonostante si trovasse in condizioni sicure. Analizzando il cervello dell’animale, Ramirez e Xu Liu scoprirono che, durante l’intervento, la proteina era stata collocata accidentalmente in una zona dell’ippocampo leggermente diversa rispetto a quella raggiunta negli altri esemplari.
Quella variazione non programmata indirizzò gli esperimenti verso una popolazione cellulare capace di evocare il comportamento di paura. Non significa, però, che un ricordo completo risieda in un singolo punto del cervello. L’engramma mnestico, cioè la traccia biologica lasciata dall’esperienza, coinvolge insiemi di cellule e connessioni inseriti in reti neurali distribuite. L’esperimento identificò una componente necessaria del processo, non un archivio isolato paragonabile a un file digitale.
La tecnica impiegata appartiene al campo dell’optogenetica, che consente di controllare cellule selezionate attraverso proteine sensibili alla luce. Nei roditori questo approccio permette di verificare relazioni causali tra l’attività di determinati neuroni e un comportamento osservabile. Il congelamento resta comunque un indicatore esterno di paura: non consente di conoscere con precisione il contenuto soggettivo eventualmente richiamato dall’animale.
Ramirez suggerisce che una comprensione più precisa di questi circuiti potrebbe aprire nuove strade per disturbi nei quali i ricordi diventano persistenti, debilitanti oppure difficili da recuperare. Tra le possibilità discusse figurano il PTSD, le dipendenze e la demenza. Non esiste però, sulla base di questi risultati, una procedura pronta per cancellare, riscrivere o impiantare ricordi umani: le applicazioni terapeutiche rimangono ipotesi da verificare.
Il passaggio dai topi alle persone richiederà metodi meno invasivi, risultati replicabili e criteri etici particolarmente severi. La sperimentazione animale può rivelare alcuni meccanismi cellulari, ma la memoria autobiografica umana incorpora linguaggio, emozioni, relazioni e interpretazioni che non possono essere ridotte alla sola attivazione di un gruppo di neuroni. La ricerca indica dunque una possibile forma fisica del ricordo, senza averne ancora decifrato l’intera organizzazione.
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