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Captain Tsubasa 2: World Fighters - La recensione
Chi l’avrebbe mai detto, fino a qualche anno fa, che nel 2026 avremmo archiviato il mondiale di calcio di quest’estate con qualche rammarico per la parabola dei Samurai Blue. La nazionale giapponese, infatti, è arrivata negli Stati Uniti dopo un bellissimo percorso di qualificazione, grande hype, la simpatia di tutti quelli che, come da queste parti, sono orfani di una compagine competitiva e, insomma, un pedigree mica da ridere. Tanto che c’è da chiedersi come sarebbe andata se Tanaka non avesse sbagliato quel disimpegno, se Moriyasu avesse chiesto ai suoi di alzarsi, essere più aggressivi e capitalizzare meglio il vantaggio contro… il Brasile.
Cioè, insomma, il fatto che tutto sommato chi tifa Giappone possa provare un certo rammarico per aver perso contro la nazionale verdeoro al minuto 96 di una partita dominata nella fase iniziale e cominciata, tutto sommato, da favorita, è una roba che a suo modo ci dice quanto sia cambiato il calcio, quanto sia cresciuto il movimento nipponico e come il futuro guardi necessariamente all’Asia più orientale e non, per fortuna, solo alla penisola araba. E dire che, tutto sommato, quasi 50 anni fa, quello del Giappone favorito, o comunque alla pari, con il Brasile, era proprio forse l’aspetto più naif, ingenuo, fantascientifico del sogno di Yoichi Takahashi che si materializzava nel suo spokon (manga sportivo) Captain Tsubasa. Una saga che, dopo una fase di parziale oblio iniziata nei primi anni Duemila, è tornata molto in voga all’alba del suo 40° compleanno e che ancora tiene botta, con archi narrativi reimmaginati, spalmati su più media e una mitologia intrecciata al calcio più o meno contemporaneo.
L’aspetto più interessante del ritorno all’attualità dell’opera di Takahashi, però, non è il solito bundle di nostalgia anni ‘80, quanto proprio il nuovo picco di popolarità del calcio in Giappone, che ha visto le nuove generazioni crescere con i vari Inazuma Eleven e Blue Lock. Proprio Blue Lock, forse, ha ereditato l’aura di promotore sociale dell’immaginario calcistico nel Sol Levante, visto che la sconfitta dei Samurai Blue nel mondiale (reale) di Russia 2018 costituisce proprio la nascita del progetto di allenamento (di finzione) che dà il nome al manga di Muneyuki Kaneshiro e Yusuke Nomura. D’altra parte, nel mondo reale la stessa federazione giapponese ha inaugurato un progetto specifico non troppo dissimile nell’idea e chiamato Japan’s Way, che attraverso una serie di operazioni di valorizzazione dei vivai, della nazionale e della J-League, dovrà portare il Giappone a vincere (o quantomeno arrivare a giocarsi seriamente) il mondiale di calcio nel 2050.
Tutto questo, insomma, per dire che al solito, lo scenario letterario di manga e anime, nel Sol Levante, è strettamente connesso con la cultura pop locale, le ambizioni e anche l’orgoglio nazionale, soprattutto quando le opere sono collegate al mondo reale in maniera più o meno tangibile. In questo scenario, però, la popolarità di Captain Tsubasa, forse, non è mai tramontata del tutto perché, a suo modo, non è solo uno shōnen di formazione che utilizza il calcio per raccontare le vicende generazionali.
Anzi, per certi versi, per quanto amore si possa provare per i personaggi, c’è sempre stata una certa tenera e amorevole superficialità negli archi narrativi di Tsubasa, Misaki, Hyuga e compagnia. L’opera di Takahashi ha sempre voluto celebrare il calcio, l’amore per uno sport che supera barriere sociali, culturali e anche caratteriali, e diventa una grande festa collettiva. "Il pallone è il tuo migliore amico", per quanto banale sia, è una frase che risuona allo stesso modo di "Football is Life" in Ted Lasso. Il calcio è un fenomeno popolare identitario e, soprattutto, collettivo, a prescindere dall’età e dalle coordinate spazio-temporali. Questo spirito, alla fine, misto chiaramente alla nostalgia e all’amore per l’universo narrativo di Takahashi, era anche il cuore di Captain Tsubasa: Rise of New Champions nel 2020, primo capitolo